Il cambiamento climatico dell’ecosistema social

23 Novembre 2022
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23 Novembre 2022 Sottosopra Comunicazione

Il cambiamento climatico dell’ecosistema social

quale futuro per i social media

L’epoca dei social media sta finendo?

Facebook è in declino, Twitter nel caos. L’impero di Mark Zuckerberg ha perso centinaia di miliardi di dollari e licenziato 11.000 persone, Facebook Ads è in crisi e la fantasia del metaverso stenta a decollare. L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk ha spaventato gli inserzionisti e indotto gli utenti ad abbandonare la piattaforma (o quantomeno a twittare di volerlo fare). Siamo forse prossimi alla fine dell’era dei social media? Quali alternative ci aspettano dietro l’angolo nel Web 3.0? Andiamo a vederlo insieme.

Decrescita e licenziamenti Big Tech: il sole non batte più in Silicon Valley

Meta non è l’unica Big Tech che da qualche mese sta pesantemnte riducendo i propri organici. Amazon ha lasciato a casa 10.000 persone, Getir 4.480, Twitter 3.700, ovvero il 50% dei propri dipendenti, ai quali si aggiungono le centinaia di dimissioni a seguito di un ultimatum di Musk. La settimana scorsa, in meno di 17 ore, centinaia di dipendenti Twitter hanno dovuto scegliere se rimanere in un’azienda dal futuro incerto o lasciarla ri-immettendosi in un mercato del lavoro dove buona parte delle Big Tech ha avviato piani di ridimensionamento. Senza contare che si tratta di un settore che impiega una buona parte della sua forza lavoro in Paesi in via di sviluppo come India e il Sud est Asiatico, dove le conseguenze di un licenziamento non sono le stesse che nei paesi Occidentali. Cosa sta succedendo? Negli ultimi due anni, abbiamo assistito a una frenesia di assunzioni. Le piattaforme hanno scommesso su una crescita esponenziale di traffico e fondi, senza prevedere che il boom della pandemia si sarebbe sgonfiato così velocemente. Senza parlare del buco di 9miliardi del Metaverso. Gli investitori hanno tirato il freno. Non è più il momento di investire in progetti mastodontici che, nel migliore degli scenari, vedranno i primi ricavi tra una decina d’anni.

“Non solo il commercio online è tornato alle tendenze precedenti, ma la flessione macroeconomica, l’aumento della concorrenza e il calo della pubblicità hanno fatto sì che i nostri ricavi fossero molto più bassi di quanto mi aspettassi”

Mark Zuckerberg

I Social Media non sono più social da tempo

La rivoluzione 2.0 del Web era stata innescata dal predomino dei contenuti generati dagli utenti, quelli che all’epoca chiamavamo “social network”, con l’accento sulla struttura ramificata e la connessione, non sulla pubblicazione di contenuti. Collegando la propria rete di contatti stretti era possibile accedere anche alla loro rete, creando una rete più ampia di contatti fidati. LinkedIn lo fece nel settore della ricerca di lavoro e dell networking aziendale, Facebook per i vecchi compagni di scuola e così via. L’intera idea dei social network era fare rete: costruire o approfondire relazioni, soprattutto con persone che già si conoscevano o tutt’al più amici di amici.

L’ecosistema ha iniziato a cambiare quando i social network sono diventati social media, attorno al 2009, con l’introduzione dei primi smartphone e il lancio di Instagram. Oltre ad offrire possibilità di connessione, i social media oggi sono vere e proprie piattaforme di broadcasting, dove è possibile produrre e diffondere una grandissima quantità di contenuti, che potenzialmente possono viaggiare ben oltre la rete dei contatti stretti. I social media ci hanno trasformati tutti in producer, con risultati a volte disastrosi a volte molto utili e riusciti. La rete, che in precedenza era stata utilizzata per stabilire e mantenere relazioni, viene reinterpretata come canale attraverso il quale trasmettere e guadagnare. La monetizzazione delle piattaforme prima (tramite l’introduzione di Ads) e del lavoro dei creators poi ha creato un’onda anomala turbo capitalista che ha lasciato in piedi poco delle fondamenta collaborative di queste piattaforme.

“Qui non stiamo parlando più di social. Non c’è quasi più niente di social sulle piattaforme. È il social elevato a spettacolo. È intrattenimento. Su Instagram, su TikTok si va per distrarsi. Un balletto. Un’esibizione con lo skateboard. Tecniche di calcio. Calciatori e gesta storiche. Gente che s’arrampica sui muri. MMA. E poi carbonare. Panificazioni. Valanghe insensate di creme al pistacchio. È spettacolo. È tutto ciò che ci piace all’infinito.”


Arcangelo rocca, giornalista che scrive di tecnologia

Su Instagram o TikTok ci si collega prevalentemente per svago, per connettersi a un flusso continuo di contenuti fatti affiorare in superficie da un algoritmo. Ma la connessione in sé è secondaria. Nell’era dei social network le connessioni erano essenziali, guidavano sia la creazione che il consumo di contenuti. Ma nell’era dei social media le connessioni sono sempre più sottili e diluite, quel tanto che basta per consentire ai contenuti di fluire.

L’uragano Musk colpisce Twitter

Twitter, lanciato nel 2006, è stato probabilmente il primo vero social media in senso moderno. Invece di focalizzarsi sulle connessioni tra utenti, è il corrispettivo di una gigantesca chat room asincrona di scala mondiale. L’idea è quella di una “piazza globale”, come l’ha definita Elon Musk. Su Twitter è possibile seguire in diretta qualsiasi evento, da un terremoto in Giappone ai lavori della Camera in USA. Questo è il principale motivo per cui i giornalisti lo hanno adottato en masse dalla prima ora e ne sono diventati dipendenti. È un flusso costante di fonti, eventi e reazioni.

“Twitter è molto più piccolo di altri social media, ma svolge un ruolo enorme nel discorso pubblico” cit

Rispetto ad altri social, Twitter ha sicuramente “semplificato e accelerato la circolazione di informazioni, incrementato la quantità e disponibilità delle fonti e ridotto le attività di intermediazione: caratteristiche che, in determinati contesti politici, hanno peraltro favorito parziali processi di democratizzazione” spiega un articolo del Post di questi giorni. Particolarmente negli Stati Uniti, Twitter è stato fondamentale per diffondere movimenti come “Black Lives matter” o “Me Too”. Ma il fatto che un social così piccolo sia così influente è quantomeno da problematizzare, specie se si considera che soltanto una minoranza dei già esigui iscritti a Twitter poi pubblica effettivamente. Secondo dati diffusi dal Pew Research Center nel 2020 e confermati da ricerche più recenti, meno del 10 per cento dei circa 400 milioni di utenti mensili attivi è responsabile del 90 per cento dei tweet sulla piattaforma.

Sempre il Post evidenzia come secondo un’analisi pubblicata da Bloomberg durante la notte e il giorno successivi all’acquisizione di Twitter da parte di Musk la diffusione di linguaggio d’odio, inclusi insulti razzisti e antisemiti, è cresciuta significativamente. Certo è che le prime due settimane con Musk alla guida sono state a dir poco burrascose. Dopo il licenziando di metà della forza lavoro, c’è stato il caos del programma di abbonamento Twitter Blue i cui abbonati avrebbero ricevuto automaticamente la spunta blu degli account verificati, cosa che ha rapidamente dato il via a profili fake e “furti” d’identità. Dirigenti e dipendenti continuano a dimettersi, compreso Yoel Roth, il capo della sicurezza scelto da Musk dopo essere subentrato.

futuro social media

La Redazione del New Republic ha creato un test per indovinare se certe dichiarazioni sono di Musk o del Sig. Burns, rispettivamente gli uomini più ricchi dei loro mondi.

Nel suo primo Q&A con i dipendenti, annunciato con soli 20’ di anticipo e pubblicato nella sua interezza da The Verge, Musk emerge come un despota poco informato su processi e policy di Twitter, che continua a fare riferimento ai paradigmi dei suoi altri business per suggerire come gestire le cose (nonostante si tratti di settori completamente diversi). Si è parlato di una commistione tra Twitter e PayPal per offrire servizi bancari, di strizzare i (pochi) dipendenti rimasti a lavorare con molto più impegno e sicuramente non da remoto. Mentre i dipendenti continuavano a porre domande concrete, Musk sviava con formule retoriche, diktat perentori e una buona dose di aria fritta in salsa American Dream repubblicano. Ha persino riattivato l’account di Donald Trump (senza che The Donald l’avesse richiesto e a seguito di un sondaggio flash tra gli utenti).

Sul quartier generale di Twitter a San Francisco settimana scorsa sono comparse delle proiezioni luminose contro Elon Musk.

Grandi Migrazioni: Mastodon è una vera alternativa?

In questi giorni si è tanto parlato di una migrazione di massa verso Mastodon, il social creato dal tedesco Eugen Rochko che dai primi di novembre avrebbe già attirato oltre 230mila nuovi utenti.

La piattaforma esiste dal 2016 anche se fino a poco tempo fa era piuttosto sconosciuta al grande pubblico. Quello che differenzia Mastodon dagli altri social media è che si tratta di una piattaforma diffusa, i cui server non sono controllati da un’unica azienda (come succede nel caso di Meta, Alphabeth e Twitter) ma da chiunque voglia contribuire all’iniziativa. Viene meno anche la profilazione degli utenti a scopo pubblicitario o per destinargli contenuti scelti per loro. È un progetto collaborativo, organizzato in “istanze”, delle community linguistiche o geografiche a cui si può scegliere di aderire (e che al loro interno ricordano molto il feed di Twitter). Ogni istanza ha le sue regole valoriali e comportamentali.

Essendo una proprietà diffusa è impossible che si verifichi una situazione come quella di Twitter, dove una sola persona prende il controllo dell’intero sistema. Ogni server è in sostanza un mondo a sé: ospita una o più istanze, ma non l’intero sistema di Mastodon. Questo comporta anche aspetti negativi come la difficoltà a moderare i contenuti o la limitazione degli account fake. Inoltre, se chi gestisce un server decide di metterlo offline, chi si era iscritto a Mastodon attraverso quel server perde la propria utenza e non ha possibilità di recuperarla.

Sarà la nuova Twitter? Secondo Pietro Minto sul Foglio no, “questa piattaforma presenta un funzionamento troppo complesso per l’utente medio e sembra rivolgersi a un pubblico ristretto, politicizzato e molto alfabetizzato in informatica. Così non può funzionare.”

Le piattaforme diffuse: un arca di Noé?

Alternative al WEB 3.0 come ce lo hanno racontato finora 

La struttura di Mastodon, che ricorda quelle delle reti collaborative degli albori di Internet, non è l’unica nel suo genere. La Prof.ssa Stefana Broadbent, docente di design al Politecnico di Milano e antropologa digitale, spiegava nel suo intervento a Milano Book City di come di alternative collaborative alle piattaforme attuali ce ne sono tantissime. Si tratta di piattaforme decentralizzate e open source, nate da collettivi che si focalizzano su un obiettivo comune per costruire qualcosa. Due esempi su tutti: Wikipedia e Open Street Map. Questi progetti rimettono al centro il potere collaborativo delle community e si oppongono al carattere predatorio che il Web 2.0 ha nei confronti dell’attenzione dell’utente. “Le attuali piattaforme di intelligenza collettiva come Facebook, Twitter, YouTube e WhatsApp  sono diventate strumenti di deliberazione, di voto di scambio di conoscenze. Ma si tratta di piattaforme proprietarie, mai veramente collaborative. Esistono anche altri sistemi, solo che i finanziamenti e la visibilità di queste alternative sono ancora esigui per ora.”

Conclusioni

“Forse il futuro risiede in una pletora di comunità più specializzate e interconnesse servite da Mastodon, Discord e altri, ma Twitter manterrà un grande vantaggio: la scoperta e la condivisione centralizzate sono ancora servizi molto potenti e difficili da replicare in un ambiente più distribuito” scrive Chris Riley, esperto di governance internet per Tech Policy Press.

Certo è che per ora un passaggio di massa a social più collaborativi è da considerarsi improbabile, considerando che le alternative sono per il momento poco intuitive e molto farraginose, oltre che sicuramente poco pubblicizzate e finanziate. 

Un’alternativa un po’ più realistica è quella del quiet quitting di Twitter, ovvero usarlo con più passività e parsimonia. L’opzione “leggo ma non scrivo” può apparire un po’ democristiana, ma Lauren Goode di Wired la giustifica così:

“Questa nuova era di Twitter offre anche delle opportunità: determinare ciò che è effettivamente positivo dei social media, riesaminare i protocolli di Internet e i principi dell’online, tornare a un lavoro più profondo, forse riparare i nostri cervelli rotti e rafforzare i nostri legami sociali in altri luoghi.”