Dagli sviluppi AI all’ecologia digitale: i trend digital del 2026
23/01/2026
Era solo 3 anni fa quando ChatGPT ha iniziato a spopolare, e in poco tempo siamo passati dall’entusiasmo per il “giocattolo nuovo” alla gestione di una vera e propria infrastruttura della comunicazione digitale. Eppure, in questa corsa ad automatizzare qualsiasi cosa, è emersa una consapevolezza prepotente: la tecnologia da sola è una bussola impazzita.
Come suggerisce l’ultimo report di Dentsu, in un mondo governato dagli algoritmi, le “verità umane” fatte di intuito ed empatia restano l’unico vero punto di orientamento per le persone e per i brand.
Benvenuti nel 2026, dove la sfida non è più capire cosa l’IA possa fare per noi, ma decidere cosa noi siamo ancora disposti a fare senza di lei.
Più responsabilità per l’IA nel 2026
L’AI oggi non è più in una fase embrionale in cui era una curiosità per i più nerd, ma sta diventando uno strumento consolidato, una tecnologia ormai integrante della nostra esperienza online: openAI stima più di 200 milioni di utenti settimanali sulla piattaforma.
Requisito imprescindibile all’uso e sviluppo dell’AI rimane la governance umana, capace di garantire controllo, trasparenza e coerenza con i valori del brand e della società. La tecnologia da sola non basta, serve supervisione umana, processi di validazione e regole chiare su responsabilità e utilizzo dei dati.
L’Unione Europea si è già mossa con la prima bozza del Code of Practice per la marcatura e l’etichettatura dei contenuti generati dall’IA rafforza il principio di accountability, chiedendo che l’uso dell’AI sia riconoscibile, tracciabile e governato.
Etica dell’intelligenza artificiale: che cos’è?
L’Intelligenza Artificiale oggi è come un campo minato: il potenziale è enorme, ma i passi falsi sono dietro l’angolo, non sono pochi, e non sono nemmeno irrisori. Fra i principali:
- Responsabilità: se un’auto a guida autonoma causa un incidente o se un chatbot medico scambia una polmonite per un raffreddore, il gioco dello scaricabarile diventa un’arte. È colpa del programmatore che ha scritto il codice, dell’azienda che l’ha venduto o dell’utente che si è fidato di un algoritmo invece che di un camice bianco? Al momento, l’unica cosa certa è che le macchine non vanno in tribunale.
- Privacy dei dati: i sistemi di AI “imparano” analizzando enormi quantità di dati, spesso personali, masticando informazioni sensibili senza che nessuno abbia espresso il consenso.
- Equità e inclusione (i pregiudizi digitali): l’AI non è un arbitro imparziale, ma uno specchio di chi l’ha istruita. Se addestri un algoritmo con dati storici viziati da pregiudizi, otterrai solo un “razzismo o sessismo automatizzato”. Per esempio, se un software per la selezione del personale viene addestrato su dati storici in cui prevalgono assunzioni maschili, l’IA potrebbe imparare a scartare automaticamente le donne – e questa, inutile a dirlo, non è innovazione.
C’è inoltre il rischio che l’IA avvantaggi solo i paesi ricchi o le grandi aziende tecnologiche, lasciando indietro le minoranze, le popolazioni meno abbienti o chi non ha competenze digitali, aumentando le disuguaglianze sociali. - Trasparenza e il caos delle fake news: spesso l’AI è una scatola nera che prende decisioni senza un criterio chiaro e definito, e in questo vuoto di trasparenza proliferano deepfake (video o audio falsi ma realistici) e fake news. Se non possiamo verificare il processo, come facciamo a fidarci del risultato?
- Sostenibilità ambientale: il cloud ahimè non è qualcosa di etereo, ma ha un corpo fisico pesantissimo. Consuma elettricità come una piccola nazione, produce calore e richiede fiumi d’acqua per essere raffreddata.
- Uso corretto (chi serve chi?): l’AI dovrebbe assistere e supportare l’uomo, non sostituirne la capacità di giudizio critico o manipolarne le scelte. La tecnologia deve rimanere uno strumento al servizio dell’umanità, non viceversa.
L’etica dell’IA nasce proprio per evitare che questa tecnologia ci sfugga di mano. Funziona un po’ come il marketing etico: così come un’azienda dovrebbe vendere prodotti senza raggirare i clienti o danneggiare l’ambiente, l’etica dell’IA studia come godersi i vantaggi dell’innovazione riducendo al minimo gli effetti collaterali catastrofici.
In questo scenario l’UNESCO ha lanciato la sua “Raccomandazione sull’Etica dell’IA”: è il primo tentativo globale di mettere dei paletti, ricordandoci che la dignità umana non è negoziabile, nemmeno per un algoritmo. Il documento si poggia su quattro pilastri:
- Rispetto dei diritti umani e della dignità umana: ogni fase del ciclo di vita dell’IA deve rispettare i diritti fondamentali e le libertà.
- Prosperità dell’ambiente e degli ecosistemi: l’IA deve essere utilizzata per proteggere il pianeta, non per danneggiarlo.
- Garantire diversità e inclusione: la tecnologia deve abbattere barriere e pregiudizi, non esacerbizzare quelli esistenti o creare nuove forme di esclusione.
- Vivere in società pacifiche, giuste e interconnesse: l’obiettivo finale deve rimanere quello di promuovere società più giuste e connesse.

La spinosa questione della privacy
La gestione dei dati nel 2026 è diventata una questione complessa non tanto per la mancanza di regole (qualche tentativo dei vari GDPR e AI Act c’è) quanto per la voracità dei sistemi di IA. Queste macchine non “leggono” semplicemente le nostre informazioni, le metabolizzano e generano profili predittivi che sanno cosa compreremo prima ancora che lo decidiamo noi. Cediamo dati sensibili, biometrici e comportamentali con la stessa leggerezza con cui accettiamo i “termini e condizioni” che nessuno leggerà mai, sperando che l’anonimato promesso non sia solo un’illusione ottica: sembra che abbiamo barattato la nostra privacy con la comodità di un filtro fotografico o di una playlist personalizzata.
La vera sfida adesso è far progredire la tecnologia a un punto in cui possa anche tutelare l’individuo, e non solo profilarlo.
Digital wellbeing: buzzword o nuovo approccio alla tecnologia?
Viviamo in uno stato di stanchezza digitale perenne, in cui facciamo fatica a concentrarci su una singola task ma saltiamo da un’attività all’altra, pensando che il multitasking ci renda più produttivi. Scroll infinito, notifiche ovunque, 10 finestre del browser aperte, pause passate attaccati allo schermo del cellulare.
È in questo contesto che è nato il concetto di digital wellbeing, definito come lo stato di equilibrio psicofisico che deriva da un rapporto sano, consapevole e intenzionale con la tecnologia. La questione controversa è cosa venga fatto per raggiungere questo stato, perchè molte piattaforme hanno iniziato a sfruttare il digital wellbeing come vantaggio competitivo, facendo a gara a chi ci offre la funzione più “etica” per limitare il tempo di utilizzo e trasformando la nostra salute mentale nell’ultimo accessorio di marketing.
Insomma, usiamo app per curare la nostra dipendenza da app – si, è un paradosso.
Se spogliato dall’ipocrisia dei brand questo concetto rappresenta però una vera e propria strategia di sopravvivenza cognitiva: adottare un approccio sano alla tecnologia non significa diventare eremiti digitali, ma passare dal ruolo di “consumatori passivi” a quello di “utilizzatori consapevoli“. Significa riappropriarsi del proprio spazio mentale, riscoprendo il valore del deep work e della presenza reale. Visto da questo punto di vista il digital wellbeing smette di essere un accessorio e diventa uno strumento di libertà, in cui la tecnologia torna a essere un mezzo e non un fine che finisce per consumare la nostra risorsa più preziosa, il tempo.
Ecologia digitale: la tecnologia può essere sostenibile?
Internet nel nostro immaginario è qualcosa di astratto e immateriale, ma in realtà il digitale ha un peso e un impatto enorme sull’ambiente: nel 2020 la Commissione Europea ha stimato che il settore ICT – Information and communication technology – è stato responsabile del 5-9% del consumo mondiale di elettricità, generando oltre il 2% delle emissioni globali di gas serra. Si tratta di emissioni pari a quelle del traffico aereo mondiale.
L’ecologia digitale ha proprio l’obiettivo di progettare e utilizzare tecnologie meno impattanti a livello ambientale, e realtà come la Green Web Foundation si impegnano per realizzarlo e per pretendere trasparenza da parte delle imprese, che devono fornire dati e informazioni sull’origine dell’energia che alimenta i suoi server.
Qualche suggerimento che non cambierà il mondo, ma come sempre pensiamo sia utile fare, nel piccolo, la nostra parte: usare internet con cognizione di causa, scegliere un hosting certificato, scegliere un’UX efficiente.

Trend ESG per il 2026: l’IA per affrontare le sfide ambientali
Secondo le ultime previsioni di IDC, entro il 2026 assisteremo a una convergenza definitiva (e forse un po’ forzata) tra intelligenza artificiale e strategie ESG. La nuova parola d’ordine è “Agentic AI”: non più semplici chatbot, ma agenti autonomi capaci di gestire le metriche di sostenibilità con la stessa pignoleria di quelle finanziarie. L’idea è affascinante: delegare a un software il monitoraggio della conformità dei fornitori e l’ottimizzazione della decarbonizzazione.
C’è però un retrogusto ironico in tutto questo: mentre l’IA viene celebrata come lo strumento supremo per affrontare le sfide ambientali e sbrogliare la matassa dei dati ESG, le aziende devono fare i conti con la propria impronta digitale. Il rischio per il 2026 è che l’IA diventi il nuovo “contabile di fiducia” del greenwashing, bravissimo a far quadrare i conti della sostenibilità su carta, mentre i server continuano a divorare energia. La vera sfida non sarà solo implementare l’IA, ma farlo in modo “frugale”, evitando che la soluzione tecnologica diventi, per paradosso, più inquinante del problema che dovrebbe risolvere.
Social media trend 2026: meglio le community
L’essere umano è un animale sociale fin dalla notte dei tempi, e il senso di appartenenza resta uno dei nostri bisogni più profondi. Oggi questo bisogno ha trovato una soluzione nelle community online: ecosistemi digitali dove persone da ogni angolo del mondo si ritrovano, virtualmente, per condividere passioni, ideali o semplici hobby. Che si tratti di professionisti che si scambiano consigli, amanti dell’arrampicata, “van-lifers” in cerca di libertà o appassionati di giardinaggio o cucina, la varietà è infinita.
Le community spesso ricercano una vibe che gli risuoni, un mood e un’energia affine ai loro valori e interessi. Attorno a questo concetto si è sviluppata la cosiddetta vibe economy, e la figura dei creator si è evoluta: non sono più semplici vetrine pubblicitarie, ma veri e propri mediatori culturali attorno ai quali gravitano le community. Il loro potere economico è direttamente proporzionale alla capacità di fidelizzare la propria community, perché più forte è il legame con chi li segue, più il loro potere cresce.
Queste community online non sono tutte popolate da persone educate e dotate di integrità: il senso di appartenenza può diventare così totalizzante da trasformare questi gruppi in nicchie chiuse e impenetrabili, simili a vere e proprie sette digitali. Il peggio è quando si aggregano persone senza un minimo di etica e nascono gruppi spesso sessisti, come quelli di Facebook e Telegram scoperti negli ultimi anni, dove si consuma violenza di genere attraverso la condivisione non consensuale di materiale fotografico.
Nascono così questioni sensibili e complesse sulla responsabilità e sulla regolamentazione delle piattaforme, chiamate a gestire l’equilibrio tra la libertà di associazione e la necessità di arginare la proliferazione di questi gruppi violenti che agiscono indisturbati nei meandri del web.
Fare comunicazione nel 2026
Oggi quindi non basta più catturare l’attenzione dell’utente, è necessario intrattenerlo e coinvolgerlo nella comunicazione. L’advertising tradizionale cede il passo a strategie che trasformano il messaggio in un’esperienza di valore: il branded entertainment e i contenuti culturali diventano strumenti efficienti per connettersi a un pubblico che cerca autenticità e significato. Formati come le live, il guerrilla marketing o il marketing emozionale sono solo alcuni esempi di come i brand possano oggi creare una narrazione che lasci il segno, sia un’emozione o un invito a riflettere.

È tutto così bello?
È indubbio che grazie all’evoluzione tecnologica possiamo scoprire la ricetta di un piatto tipico Vietnamita in tre secondi, connetterci con community di collezionisti di francobolli virtuali, magari conoscere anche la nostra anima gemella e delegare all’IA il compito ingrato di scrivere e-mail aziendali che nessuno avrebbe comunque voglia di leggere. Sembra tutto facile, veloce, semplificato e ottimizzato: abbiamo abbattuto confini, democratizzato l’informazione e creato ponti digitali verso realtà che prima potevamo solo sognare.
Ma solo noi abbiamo l’impressione che ci sia scappata un po’ la mano? Siamo così impegnati a ottimizzare ogni istante della nostra esistenza, a misurare il nostro benessere con un’app e a salvare il pianeta con server che bruciano foreste, che forse non ci siamo accorti di essere diventati schiavi della tecnologia.
Siamo liberi di sapere tutto, ma spesso troppo stanchi per pensare a niente che non sia suggerito da un algoritmo. Forse la vera evoluzione del 2026 non sarà l’ennesimo aggiornamento software, ma riuscire a trovare il tasto “off” senza sentirci improvvisamente soli nel vuoto cosmico.
Ma ehi, nel dubbio, meglio postare un contenuto che parli di quanto sia importante disconnettersi, no?