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Quando i mezzi di trasporto diventano bandiere: linguaggio, identità e mobilità quotidiane.

13/01/2026

Che differenza c’è tra una “persona che va in bicicletta” e un “ciclista”?
La differenza può sembrare formale, in realtà è sostanziale, e dà la misura di come vengono percepiti il mezzo-bicicletta e chi lo usa. Una persona che si sposta in bicicletta è qualcuno in cui possiamo riconoscerci: un cittadino, un genitore, uno studente, un lavoratore. È una definizione inclusiva ed empatica.  Il “ciclista”, invece, è una categoria. E come spesso accade alle categorie, finisce per essere caricata di giudizi, stereotipi e conflitti.
Questo meccanismo non riguarda solo la bici. Riguarda il modo in cui parliamo degli utenti della strada in generale.

La psicologia sociale e la “categorizzazione del sé”

“Categoria” è la parola chiave per capire di cosa stiamo parlando. Secondo la teoria della “categorizzazione del sé” di John C. Turner, le persone tendono naturalmente a semplificare e organizzare la realtà raggruppando individui, idee e comportamenti in categorie.
È un funzionamento naturale della mente: classificare ci aiuta a orientarci in un mondo complesso.
Questo processo in sé è sano e funzionale ma cambia volto quando l’appartenenza diventa un’identità rigida che non ammette il confronto con l’esterno. È ciò che accade con tifoserie, appartenenze religiose o campanilismi: l’appartenenza diventa totalizzante, l’adesione acritica comporta problemi di intolleranza, e prende forma un “noi contro loro” che trasforma l’altro in un avversario.

Identità forti e conflitti nello spazio stradale

Questo stesso schema si riproduce nello spazio pubblico. Quando una persona viene definita prima di tutto come “automobilista”, “pedone”, “ciclista” o “utente del monopattino”, il mezzo che sta usando in quel momento diventa un’identità che cancella tutto il resto.
L’individuo scompare, sostituito da una categoria astratta. Ogni comportamento sbagliato viene generalizzato, ogni interazione si carica di tensione simbolica. La strada, che dovrebbe essere uno spazio condiviso, diventa così un luogo di contrapposizione. Non è il traffico in sé a generare conflitto, ma le identità semplificate che proiettiamo sulle persone.

Brand identity e utenti della strada: perché le etichette non funzionano

Chi lavora nella comunicazione lo sa bene: un’identità non è mai superficiale. Una brand identity è un sistema complesso fatto di valori, personalità, tono di voce, contesto e comportamenti nel tempo. Nome e logo sono solo la punta dell’iceberg.
Eppure, quando parliamo di mobilità, facciamo l’opposto: riduciamo le persone a un solo tratto momentaneo, il mezzo che stanno usando. È come definire un brand solo dal colore del packaging.
Un mezzo di trasporto non può definire una persona. La bicicletta è un esempio emblematico: viene usata da individui diversissimi per età, esigenze, ritmi, condizioni sociali e motivazioni. Pensare che esista un’unica identità del “ciclista” è una semplificazione che non regge alla realtà. Perchè una persona non è il mezzo che utilizza.
Ridurre gli utenti della strada a categorie significa perdere la loro multidimensionalità. E progettare città per categorie, anziché per persone, è uno dei principali limiti della mobilità contemporanea.

Sulla strada siamo tutti utenti (a turno)

Nella vita reale le identità di mobilità sono fluide. In realtà siamo tutti utenti della strada, e la nostra identità cambia continuamente: al mattino siamo automobilisti, a mezzogiorno pedoni, nel weekend ciclisti, la sera passeggeri dei mezzi pubblici. Eppure, nel dibattito pubblico, tendiamo a dividerci in fazioni rigide, come se appartenessimo a gruppi contrapposti.
Questa dinamica diventa ancora più visibile nel conflitto — sempre più acceso — tra chi guida e chi pedala. Ed è proprio su questo terreno che vogliamo aprire una riflessione su un fenomeno che ci divide in categorie anziché in persone che condividono lo stesso spazio.

Tante persone che utilizzano la bicicletta per spostarsi

I ciclisti sono una tribù?

Ciclista” è una semplice parola che però negli anni è diventata una categoria identitaria, spesso divisiva.
È un tema di percezione sociale: il ciclista, nell’immaginario comune, viene associato allo sport, al tempo libero, a uno stile di vita percepito come distante dalla “vita reale” al punto di intralciare il traffico.
Eppure la bicicletta è usata per fare cose normalissime: accompagnare i figli a scuola, andare al lavoro, consegnare merci, spostarsi in città. Usarla non significa appartenere a una tribù urbana, ma scegliere uno strumento.
Il problema nasce quando tutte queste esperienze vengono raggruppate sotto un’unica etichetta, spesso associata in modo superficiale all’“ambientalismo”, termine che in certi contesti viene usato in modo dispregiativo per sminuire, ridicolizzare o delegittimare.
Ma generalizzare serve solo a depotenziare l’utilizzo di questo mezzo, a ridurlo a un fenomeno marginale invece che a un normale modo di spostarsi in città.

Quando la mobilità diventa “auto contro bici”

Quando la bicicletta è diventata un simbolo ideologico? Con l’aumento delle politiche di mobilità sostenibile e delle piste ciclabili, la convivenza tra gli utenti della strada si è fatta sempre più difficile. Da una parte c’è chi rivendica sicurezza e diritti per chi pedala e dall’altra chi sente una limitazione alla propria libertà.
Questa polarizzazione nociva è amplificata da una cultura – e da una pubblicità – che ha storicamente celebrato l’auto come status symbol e segno di successo. Eppure il paradosso è evidente: una bicicletta in città significa un’auto in meno e un parcheggio in più, meno traffico, più spazio per tutti. Non competizione, ma alleanza.

Bike Italia dedica un articolo al fenomeno del “bikelash” che significa “odio per le biciclette”: la resistenza e la rabbia che nascono quando si fanno politiche a favore della bici e si riduce lo spazio per le auto. La politica non dà segnali forti nel mediare il rapporto tra chi guida un’auto e chi pedala: il Nuovo Codice della Strada non promuove l’uso della bicicletta, le infrastrutture, la sicurezza, né le scuole guida hanno un programma dedicato.

Community, appartenenza, lifestyle

La bicicletta è un mezzo di spostamento straordinario e in città può rivoluzionare la mobilità. Ma non è solo questo: pedalare è un un modo di essere, un “lifestyle” capace di creare immaginari,  tendenze, persino mode. La moda non si limita solo a vestire le persone, ma costruisce desiderio, modo di essere, racconto.

In questo senso, per chi va in bici non si tratta più solo di equipaggiamento tecnico, ma di outfit. Eppure la domanda è: gli stilisti dove sono?

Manca ancora una proposta di abbigliamento elegante e funzionale pensata per chi pedala ogni giorno e poi deve sedersi a una scrivania o entrare in una riunione. Perché non ci si può mica presentare a una riunione in maglietta di lycra! Questo segmento di mercato resta sorprendentemente inesplorato.

Anche la pubblicità dedicata alle bici e i social hanno un ruolo in questo senso: negli ultimi anni è cresciuto il numero di influencer che raccontano la bicicletta come esperienza sportiva, stile di vita urbano, scoperta della propria città e movimento sostenibile. Nascono community tematiche che incentivano l’uso del mezzo in tutte le sue declinazioni: gruppi di allenamento, gite fuori porta, gare, giri culturali in città. Un mezzo alla moda quindi, allettante ed attrattivo che parla più di lifestyle che di praticità.

Mobilità urbana: quando la bici è solo un mezzo

Secondo un articolo di Urban Cycling Institute, in Nord America (e in parte anche in Italia), l’atto di pedalare è diventato una “causa” e dunque l’uso della bici è ancora letto in chiave identitaria. La bici smette di essere un mezzo per tutti ma solo per persone che si sentono speciali e diverse dalle altre. Moralmente superiori. Eppure la sua forza sta proprio nel contrario: efficienza, semplicità, accessibilità. Questa è l’identità della bicicletta. Non di chi la usa.

In molti Paesi del Nord Europa, e in particolare in Olanda, la bicicletta non è una causa, né un simbolo: è un mezzo. Serve per andare al lavoro, accompagnare i bambini, muoversi in città. Questa normalità è il risultato di politiche coerenti, investimenti continui e una cultura che considera la bici un vero mezzo di trasporto

Persona che si sposta in bici e trasporta un cagnolino

La normalità della bici

La vera rivoluzione della mobilità urbana non è creare nuove tribù, ma rendere normali i mezzi sostenibili. Spostare il baricentro dello scontro tra categorie alla strada come uno spazio di tutti, questa è la rivoluzione delle città. Finché non si affermerà questa consapevolezza, costruire città più vivibili sarà un percorso ancora pieno di ostacoli. Per cambiare serve un nuovo sguardo: progettare spazi che mettano al centro le persone, non il mezzo che usano.