Una vita, mille alternative. Intervista a Sebastiano Zanolli

2 Dicembre 2019 Sottosopra Comunicazione

Una vita, mille alternative. Intervista a Sebastiano Zanolli

“Far raggiungere a individui e organizzazioni i propri obiettivi professionali, mantenendo la propria umanità”

Questa è la sfida che Sebastiano Zanolli si è dato negli ultimi 25 anni e che porta ancora avanti, giorno dopo giorno: un formatore un po’ atipico forse che continua testardamente a perseguire i suoi obiettivi.
Speaker, conferenziere, animatore di talk show e tavole rotonde, Sebastiano sui suoi social condivide messaggi che risuonano per forza emotiva e sincerità e questo lo contraddistingue da altri suoi colleghi: i suoi follower lo percepiscono come molto concreto e diretto.
Non promette a chi lo segue che gli svelerà il segreto per raggiungere il successo, tutt’altro: spesso consiglia a tutti di valutare un piano B proprio perché le sconfitte sono all’ordine del giorno ma le alternative, in ogni vita, sono infinite.
Si pone delle domande, e inevitabilmente le condivide con il suo pubblico: “come usiamo gli 84.600 secondi che compongono una giornata?”, “come scegliamo di fronte a un bivio?”, e le sue risposte, non sono mai banali, ma anzi sfidanti e costruttive.
Autore di molti libri di successo, tra cui La Grande Differenza, Paura a parte e il recentissimo Alternative, Sebastiano ha accettato di fare una chiacchierata con noi che lo abbiamo intervistato con grande piacere, parlando, tra le altre cose, anche di musica e delle donne nel mondo del lavoro.
La lunga chiacchierata avuta con Sebastiano ci ha offerto parecchi spunti di riflessione che, siamo sicuri, faranno un po’ riflettere anche voi. 

Foto Sebastiano Zanolli intervista

Chi è Sebastiano, partiamo dalle origini: come hai iniziato e da dove è arrivata l’ispirazione?
Ho 55 anni e arrivo dal Veneto, da un paesino a vocazione imprenditoriale, un distretto industriale fatto di micro aziende. Sono figlio di un’operaia e di un piccolo imprenditore ceramista.
Sono laureato in economia e ho iniziato lavorando come venditore per poi passare al marketing. Quando sono entrato nel mondo del lavoro avevo 25 anni e all’interno del mondo dei tessuti – che negli anni Novanta era già in crisi – ho scoperto, da venditore, che i clienti non ti devono nulla: il cliente che ti conosce per la prima volta deve vederti come quando sei su un palco, bello e pimpante, non deve sapere ciò che hai fatto prima. Quella consapevolezza mi ha spinto ad approfondire i temi della motivazione individuale perché in quel momento mi serviva. Col tempo è diventata una passione e si è rivelata la mia vera fortuna: ciò che mi serviva si è trasformato in un lavoro, uno di quelli che scaturiscono dalla ricerca ossessiva di qualcosa.
Perché in fondo è un po’ così: se vuoi che succeda qualcosa devi cercarla ossessivamente.
Così è nata l’idea di parlare agli altri di come cavarsela all’interno di una società economica che ha regole molto ferree – nulla di astratto o esistenziale – e che richiede una sola cosa: produrre risultati. 

E da lì com’è proseguita?
Ho continuato a studiare, ad approfondire e a scrivere, la scrittura è sempre stata una mia grande passione.
Se non avessi avuto anni fa la necessità di approfondire alcuni argomenti, non avrei iniziato. Quando poi nel 2003 ho pubblicato La Grande Differenza, le cose hanno preso una velocità maggiore e si sono fatte più grandi. Alcuni amici hanno cominciato a chiedermi di parlare alla forza vendita o ai loro team interni, ai figli addirittura in alcuni casi. Lentamente questa attività ha preso spazio nella mia vita professionale fino ad arrivare a essere quella dominante.

A tal proposito, in cosa secondo te le donne possono fare “La grande differenza” nel mondo del lavoro di oggi?
Domandone questo! (ride). Io su Facebook ho attualmente circa ottantamila fan, di cui l’80% donne e mi sono sempre chiesto come mai. Credo di avere una modalità comunicativa che risuona più per le donne, soprattutto nei due filoni editoriali che porto avanti sui social, ovvero i consigli manageriali e quelli più emozionali.
Ricordo che una volta ne scrissi uno “Graffiami la portiera della vita”, che insisteva sul concetto che nella vita non butti via nulla e che tutto si presta a essere riutilizzato in qualche maniera. Mentre le donne hanno compreso quel messaggio in un secondo, un ragazzo mi ha scritto un pippone su quanto fosse grave una portiera rigata, ecc.
Questa è la differenza: percepire in maniera differente lo stesso messaggio ed è ciò che mi fa avere un understanding maggiore con le donne.
Io credo che la società odierna troverà nelle donne delle interpreti più capaci: le donne sono più “cablate” per garantire esperienze migliori ai clienti e usano molta più logica cogliendo al volo alcune nozioni nel corso di riunioni o meeting di lavoro che gli uomini il più delle volte ignorano.
A mio avviso dovrebbero dedicarsi inoltre a fare passi avanti per rivendicare un forte senso di identità personale e non sussidiario ad altre persone che gli stanno attorno. Credo che ancora oggi alcune donne non si prendano lo spazio di cui hanno diritto, quando invece dovrebbero prendersi i propri spazi e resistere alle critiche e alle difficoltà, senza domandarsi continuamente se stiano o meno facendo la cosa giusta. 

Con noi sfondi una porta aperta visto che in Sottosopra Comunicazione siamo tutte donne!
Siete fortunate, sapete? Non tutte se la passano così bene. Se ci fermiamo a pensare un attimo, vige pressoché ovunque ancora il binomio radicato nel tempo di prete/perpetua, primario/infermiera, manager/segretaria.
Purtroppo alcuni tendono tutt’oggi a minare la fiducia di alcune donne sul lavoro, perché una persona dubbiosa è più facile da dirigere.

“È un buon paracadute che garantisce solidità e dignità alle nostre esistenze, a quelle di coloro a cui vogliamo bene e ci regala anche la possibilità di osare di volare alto. A venti come a cinquant’anni”. Hai pubblicato tempo fa questa frase sul tuo profilo Facebook: qual è il segreto per costruire un buon paracadute?
A novembre uscirà “Alternative” il mio nuovo libro legato a questa tematica. Io credo che la libertà e la dignità personale di ognuno di noi, siano sempre proporzionali di fronte al numero di dictat che abbiamo fronte. Se qualcuno mi fa un’offerta che io trovo irrispettosa per diversi motivi, ho il diritto di alzarmi dal tavolo a cui sono seduto e andarmene. Questo determina la mia dignità.
Sarebbe bello e semplice saltar fuori con un libro con “i segreti per risolvere tutto”, ma sarebbe una bugia. 
Essere curiosi e crearsi alternative è la prima cosa da fare: la vita che hai, è “ennemila” possibilità e se sei curioso, puoi crearne moltissime.
E poi è importante posare la propria attenzione sugli altri per capire cosa vogliono.
E, ultima cosa, devi diventare bravo a muoverti con la testa lungo una linea temporale. Passato presente e futuro: ipotizza diversi scenari, pensa a cause, soluzioni, piani e fattibilità, perché questo aiuta a creare alternative.
Ci sono infinite cose differenti che potremo fare, e lavorare su questi piani aiuta a crearne altri.
Provare a diventare il più possibile editori della nostra vita è la cosa più importante, poi ci siano cose che non possiamo cambiare ma su cui dobbiamo sviluppare un’attitudine di accettazione e altre su cui invece osare. 

Led Zeppelin, Pink Floyd, Foo Fighters, non è difficile trovare rock band citate nei tuoi speech e articoli. Cos’è la musica per te e quanto ha influito nella tua vita?
Credo abbia la capacità di stimolare pensieri di tanti tipi e tirare fuori le potenzialità da ognuno di noi, a prescindere dal tipo di musica.
Nelle maratone non lasciano ascoltare la musica perché la considerano una sorta di doping, quindi immaginiamo l’effetto che ha. Io ho cercato di creare una colonna sonora della mia vita e negli anni ho notato che spesso, creare analogie tra cosa fa Dave Grohl dei Foo Fighters o come hanno lanciato il disco i Pink Floyd, ha un effetto positivo sulle persone che condividono il mio modo di vedere la musica.
Credo inoltre che avere una colonna sonora nella propria vita aiuti moltissimo a viaggiare nel tempo.

“Bivi e incroci sono fatti per pensare. E scegliere. C’è da decidere da che parte andare”. Quando si è di fronte un bivio, cosa dovrebbe avere la meglio, l’istinto o la ragione?
I bivi sono simili ai piani inclinati, che in fisica si utilizzano per rappresentare la legge galileiana della caduta dei corpi. Quando sei a un bivio, è come se fossi in cima a un piano inclinato e devi scegliere come scendere.
Dove mi porteranno le due direzioni?
Devi farti delle domande e ipotizzare i due scenari e delineare le possibili prospettive. Può essere utile in questi casi praticare l’illeismo*, ovvero parlare e scrivere di sé in terza persona. Ciò aiuta a scollarsi da istinto e ragione, ma c’è l’inghippo: quando parli di istinto molti lo confondono con l’emotività.
L’istinto è pancia, non lo stress dell’emotività. Istinto è sapere se una cosa è giusta per te o no in una prospettiva globale della tua esistenza. 
Istinto e ragione non sono alternativi: la ragione serve per creare prospettive, l’istinto per vedere quale sarà più coerente col tuo sistema valoriale di vita. E l’emotività, più riesci a disconnetterla dalle decisioni, e meglio è.

*È una parola coniata dal poeta inglese Samuel Taylor Coleridge nel 1809, modificando la radice latina “ille”, cioè “lui”, e indicando in questo modo la pratica utilizzata nei resoconti bellici di Giulio Cesare di parlare di sé in terza persona. È un trucco semplice: basta raccontare un litigio che si è vissuto cambiando prospettiva: non si dirà più “ho detto” o “ho fatto”, ma “ha detto” e “ha fatto”. Sembra una banalità, ma funziona. La visione delle cose cambia, così come la capacità di giudicare senza eccessivo coinvolgimento.

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