Right to Repair: il diritto alla riparazione è centrale per l’economia circolare
11/02/2026
C’è qualcosa di perverso nel mondo della tecnologia moderna: la capacità di trasformare un oggetto perfettamente funzionante in un costoso fermacarte senza che si rompa nemmeno una vite. Non serve nessuna bacchetta magica, basta un ufficio marketing ben addestrato.
Partendo da un esempio reale, consideriamo una Smart TV di un decennio fa, acquistata proprio perché capace di connettersi a Internet e quindi in grado di rendere fruibili contenuti in rete tramite un’app incorporata. Promette benissimo. Te la prendi comoda, per dieci anni quella funzione resta lì a prendere polvere. Poi, un giorno, decidi di abbonarti, provi ad avviare l’app e… surprise! Il sistema ti ride in faccia: l’app necessita di un upgrade non disponibile per il tuo modello “giurassico”.
La dipendenza dal software e l’obsolescenza programmata sono strategie industriali per i produttori, e un inganno per i consumatori: parliamo del fatto che senza nuovi aggiornamenti i dispositivi nel tempo diventano obsoleti e non funzionanti. Creando una barriera tra il vecchio dispositivo e i nuovi servizi, le aziende ti spingono verso lo scaffale dei nuovi modelli.
E così dopo soli dieci anni, una TV perfettamente integra viene declassata a fossile tecnologico e la soluzione, chiaramente, è quella di acquistare una nuova smart tv.
Chiaramente non siamo le uniche (nè le prime) ad accorgerci di queste dinamiche, c’è chi si è attivato agli albori degli anni 2000 per tutelare i propri diritti (Right to Repair). In oltre 25 anni sono state emanate diverse direttive e oggi la situazione è ben diversa: la maggior parte dei prodotti elettronici deve indicare un punteggio di riparabilità e le aziende devono garantire la possibilità di fornire pezzi di ricambio per circa 10 anni.
La strada per arrivare a questi traguardi è stata lunga e ora te la spieghiamo, partendo da quello che ci aveva raccontato Irene Ivoi, la nostra esperta di economia circolare e nudge, nel 2021.

Cos’è il Right to Repair e perché non riguarda solo i consumatori
Il Right to Repair (diritto alla riparazione) è un movimento globale, politico e sociale che rivendica il diritto dei consumatori di poter riparare i propri dispositivi elettronici e meccanici senza dover dipendere esclusivamente dal produttore originale. È, a tutti gli effetti, un dito puntato contro un intero sistema industriale malato che ha scambiato il progresso con consumismo e spreco.
Questo processo parte da molto lontano, ben prima che il prodotto arrivi nelle nostre mani – inevitabilmente, quindi, non riguarda solo i consumatori.
- Tutto inizia durante il design del prodotto, nella fase di progettazione. È qui che si decide il destino di un oggetto: sarà un modulo riparabile o un blocco unico di colla e segreti industriali?
> Il vero design per la riparabilità è modulare: il dispositivo deve essere progettato in modo che se si rompe un componente si deve riparare solo quello, non l’intero dispositivo.
> Per farlo serve standardizzare, riducendo viti strambe e strumenti esoterici e favorendo componenti universali che non richiedano una laurea in ingegneria aerospaziale per essere rimossi. - Poi c’è il tema dell’accesso democratico ai ricambi: se il pezzo da riparare costa l’80% del prodotto nuovo è chiaro che si disincentiva la riparazione. Le aziende devono garantire una massiccia logistica del recupero, mantenendo magazzini forniti per anni e non solo finché il marketing decide che quel modello è passato di moda.
Tutto questo si incastra perfettamente nel quadro dell’economia circolare. Citando la definizione del Parlamento Europeo, questo modello implica condivisione, riutilizzo, riparazione e ricondizionamento. Il Right to Repair è il cuore pulsante del riuso: riparare un oggetto invece di riciclarlo o, ancora peggio, buttarlo via, è l’unico modo per far rendere l’economia davvero circolare. Significa smettere di trattare il pianeta come una discarica infinita e iniziare a considerare ciò che abbiamo già come un valore da preservare, non come un rifiuto in attesa di essere rimpiazzato.
La nascita della coalizione europea Right to Repair
I primi anni 2000
La battaglia per il Right to Repair nasce nei primi anni 2000, negli USA, quando gli agricoltori si ribellano ai trattori John Deere: macchine da centinaia di migliaia di dollari bloccate da un software che impedisce ogni riparazione “fai-da-te”. Questo episodio svela il grande inganno: non siamo più proprietari degli oggetti, ma semplici licenziatari. Iniziano poi a diffondersi iniziative per promuovere la riparazione degli oggetti e iniziare a praticarla.
Nasce il Right to Repair
Questi movimenti crescono e nel 2019 nasce ufficialmente la coalizione europea Right To Repair, che riunisce circa 100 organizzazioni pro riparazione, provenienti da oltre 20 paesi europei. Queste organizzazioni spingono per vedere riconosciute, anche sul piano legislativo, le loro richieste di trasparenza e lotta all’obsolescenza programmata.
Le azioni di svolta fra 2020 e 2021
La risposta non si fa attendere: nei due anni successivi il pacchetto Ecodesign impone le prime regole su lavatrici, lavastoviglie e frigoriferi (i cosiddetti “grandi bianchi”) e gli schermi, compresi quelli dei televisori. Computer e smartphone sono ancora fuori.
- Nel 2020 viene approvata la Risoluzione UE “Verso un mercato unico più sostenibile per le imprese e i consumatori” (2020/2021(INI), garantendo ai consumatori lo smontaggio, la riparabilità e l’allungamento della vita utile di prodotti elettrici ed elettronici. Prevede anche l’introduzione, per le case produttrici, di un’etichetta obbligatoria ben visibile in grado di fornire informazioni sul grado di riparabilità e sulla durata dei prodotti.
- Nel 2021 è stato poi approvato l’Action Plan, con cui la Commissione ha recepito le linee guida sulla riparabilità rendendole finalmente operative e la direttiva Ecodesign è stata estesa con successo anche ai prodotti non connessi all’energia, gettando le basi per un mercato dove la durata conta più dell’estetica.
E l’indice di riparabilità? Trasparenza, etichette e scelte consapevoli
Grazie alla spinta della Risoluzione UE l’Europa ha finalmente deciso di dare i voti ai produttori, trasformando il Right to Repair in un vero e proprio parametro di mercato. È nato così nel 2021 l’Indice di Riparabilità: un punteggio che indica, in modo proporzionale, quanto l’azienda sia stata “onesta” nel fornire manuali, pezzi di ricambio e un design di prodotto che non richieda la fiamma ossidrica per essere aperto – e questo indice deve essere appunto indicato su etichette obbligatorie e ben visibili.
L’obiettivo è garantire trasparenza e lasciare il consumatore libero di scegliere se acquistare o meno un prodotto, in base al fatto se questo prodotto gli farà compagnia per diversi anni, o se nel giro di due anni diventerà un rifiuto da smaltire.È qui che entra in gioco quello che potremmo definire il “prodotto sincero”: un prodotto che non si nasconde dietro un design accattivante, ma che comunica chiaramente, tramite un’etichetta obbligatoria, quanto sarà facile (o tragico) rimetterlo in sesto in futuro.
La Francia ha fatto da apripista, ma oggi questo punteggio da 1 a 10 è la bussola per chiunque non voglia farsi fregare.
Direttive europee e diritto alla riparazione: cosa prevedono oggi le norme UE
Negli ultimi cinque anni sono stati fatti ulteriori passi avanti, grazie a nuove direttive che obbligano i produttori a garantire pezzi di ricambio per 7-10 anni. Nella lista sono stati inclusi anche smartphone e tablet!
La legge ora vieta i trucchi software che impediscono l’uso di ricambi non originali, trasformando la riparazione da atto eroico a diritto tutelato. La trasparenza è diventata, finalmente, l’unica arma a nostra disposizione per una scelta davvero consapevole.
I prodotti interessati
Quindi, quali sono gli oggetti che non possono più mentire?. Al momento l’etichetta che indica l’indice di riparabilità è obbligatoria per:
- Smartphone e tablet
- Computer portatili
- Televisori
- Lavatrici
- Tagliaerba
Obblighi per i produttori
Per poter vendere in Europa, i brand devono ora rispettare regole ferree che smontano pezzo per pezzo la vecchia strategia dell’obsolescenza:
- Pezzi di ricambio garantiti: devono essere disponibili per un periodo che va dai 7 ai 10 anni (a seconda del prodotto) anche dopo che il modello è uscito dai listini.
- Prezzi ragionevoli: i ricambi devono avere un costo proporzionato che non scoraggi la riparazione (addio schermi che costano come il telefono nuovo!).
- Accesso ai manuali: gli schemi tecnici non sono più segreti di stato, ma devono essere forniti a riparatori indipendenti e consumatori.
- Priorità alla riparazione: durante il periodo di garanzia se la riparazione è più economica della sostituzione, il venditore è obbligato a riparare il bene.
Fonte: Direttiva UE 2024/1799
Cosa significa per i consumatori?
La legge ha ridato ai consumatori il potere di decidere della vita dei propri oggetti, con vantaggi diretti in termini di portafoglio e libertà:
- Estensione della garanzia: se scegli di riparare un prodotto in garanzia invece di sostituirlo, la garanzia legale si allunga di ulteriori 12 mesi.
- Libertà di scelta: puoi decidere di rivolgerti a un riparatore di fiducia sotto casa, senza perdere la garanzia del produttore.
- Creazione di piattaforme di riparazione: l’UE ha introdotto portali online europei per trovare facilmente pezzi di ricambio e riparatori certificati vicino a te.
Fonte: Direttiva UE 2024/1799 e Direttiva UE 2024/825
Implicazioni per software e design
Questa è la parte che mette fine ai “fermacarte di lusso” di cui parlavamo all’inizio:
- Stop al “part pairing”: i produttori non possono più usare il software per bloccare componenti sostituiti (come batterie o schermi) solo perché non sono stati installati dalla casa madre
- Design a prova di vite: i dispositivi devono essere progettati per essere smontabili con attrezzi comuni. Niente più colle indistruttibili o architetture sigillate “per motivi di sicurezza”
- Aggiornamenti trasparenti: i software deve supportare l’hardware il più a lungo possibile, evitando che un mancato update renda inutile un oggetto ancora integro
Fonte: Regolamento UE 2023/1670
Riparare può essere una pratica culturale
“The Right to Repair is about more than just fixing things, it’s about a more sustainable and fair economy.”
(Il Diritto alla Riparazione è qualcosa di più che aggiustare le cose, riguarda un’economia più sostenibile e giusta).
Riparare è prima di tutto una questione di consapevolezza del valore degli oggetti che possediamo, e di responsabilità. In un mondo che ci vuole consumatori passivi e compulsivi, rimettere in sesto un oggetto è un segnale di opposizione.
I Restart Party e i Repair Café
Per promuovere questa consapevolezza e rendere la pratica della riparazione semplice e accessibile sono nate iniziative come i Restart Party (eventi in diverse città italiane dove chiunque può portare un oggetto da riparare) e i Repair Cafè, dove si può essere coinvolti nella riparazione di un oggetto rotto.
Irene spiega che
“lo spirito è proprio quello di trasmettere capacità alla persona che ha portato l’oggetto, con l’idea che, la volta successiva, possa provare da sola ad aggiustare. E nei Repair Cafè di solito non si aggiustano solo oggetti tecnologici!”
In questo modo riparare educa alla pazienza e alla cura, trasformando un gesto tecnico in un momento di condivisione generazionale. È il passaggio fondamentale dalla cultura del “lo butto” a quella del “so come funziona”, un passo necessario per tornare a essere cittadini consapevoli e non solo utenti paganti.
Il right to repair significa innovazione
Ci sono delle aziende che fanno le cose fatte bene e che non sono guidate solo da fatturato e profitto, ma anche da valori come responsabilità, correttezza ed etica. Alcuni esempi di aziende virtuose che sposano in pieno i principi del Right to Repair, dimostrandosi sostenibili e innovative:
Framework Laptop e la sfida ai computer sigillati: se la maggior parte dei portatili oggi ha la RAM e il disco rigido saldati alla scheda madre (rendendo impossibile ogni potenziamento), la startup Framework ha creato un laptop completamente modulare. Dalle porte USB fino alla scheda madre stessa, tutto è sostituibile con un semplice cacciavite. Non solo puoi ripararlo, ma puoi “aggiornare” il computer negli anni senza doverlo ricomprare da zero, esattamente l’opposto della strategia del fermacarte di lusso.
Samsung e il Galaxy Upcycling at Home: il colosso coreano ha deciso di affrontare il problema dei vecchi smartphone nel cassetto trasformandoli in dispositivi IoT (Internet of Things). Con un semplice aggiornamento software, i sensori di luminosità e suono di un vecchio Galaxy vengono riprogrammati per dare vita a baby monitor o sistemi domotici. Un modo intelligente per posticipare il viaggio verso la discarica, trasformando un potenziale rifiuto in un’apparecchiatura smart per la casa.
Fairphone e lo smartphone “politico”: l’impresa sociale di Amsterdam ha ribaltato il concetto di smartphone – il loro dispositivo è modulare e durevole. Ogni pezzo è sostituibile dall’utente, dai metalli estratti eticamente fino allo smaltimento certificato. Come racconta Marco Morosini in “Snaturati“, l’obiettivo del fondatore Bas van Abel non era (solo) commerciale, ma dimostrativo: provare ai giganti del tech che produrre con responsabilità sociale ed ecologica è tecnicamente possibile.
Riparare è una scelta (individuale e collettiva)
Riparare è una scelta che deve diventare responsabilità condivisa. Se noi cittadini dobbiamo scegliere prodotti “sinceri”, le aziende hanno il dovere di progettarli e le istituzioni l’obbligo di tutelarci con leggi severe: è una partita che va giocata su più tavoli.
Il Right to Repair ci insegna che il futuro non deve essere per forza un accumulo di rifiuti elettronici luccicanti. La prossima volta che un’app ti dirà che il tuo smartphone è “troppo vecchio” ricordati che hai il potere di pretendere di meglio. Perché un oggetto che non si può riparare è solo un prestito molto costoso che state facendo a spese dell’ambiente.
Chi è Irene Ivoi
Designer che ha scelto di non dare vita a nuovi prodotti, ma di preoccuparsi di come muoiono. Esperta di economia circolare, nudge e design del comportamento, persuasa che un cittadino convinto sia ben più interessante di uno obbligato.
Qui puoi leggere la sua intervista.
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