Voglio essere sostenibile: ma devo fare tutto da solo?

27 Luglio 2021 Irene Ivoi

Voglio essere sostenibile: ma devo fare tutto da solo?

I ruoli, le responsabilità e le opportunità del nuovo imperativo: essere sostenibile per essere competitivo.

Uno degli indicatori che, meglio di altri, mi permette di capire dove va il mondo è la lettura attenta delle parole presenti nei titoli degli articoli sui giornali. Leggendoli in controluce e facendo attenzione ai termini adoperati si riesce a comprendere, più rapidamente che leggendo tante survey, verso cosa si procede.

Ed è innegabile in questo periodo che l’essere sostenibili (e anche il volerlo essere) è un mantra a cui è difficile sottrarsi.

Sostenibilità è una parola ricorrente, e come ci siamo già detti in altre sedi anche abusata.

Di recente, persino amici, conoscenti e colleghi che non si occupano di questo, quando ci risentiamo mi dicono “avevi già capito tutto te…ehhh?” oppure “in questo periodo sarai sommersa di lavoro…?”

Ebbene, devo ammettere che leggere così tanto diffusamente la parola “sostenibile” ed “economia circolare” è una piccola rivincita.

Pandemia e post pandemia

Ciò che abbiamo vissuto nel 2020 e nel 2021 ci ha reso più fragili e ha accresciuto il timore e poi la consapevolezza dell’importanza anche dei singoli gesti, poiché utili a mitigare i cambiamenti climatici e gli impatti sull’ambiente.

Tutto ciò non è un fatto scontato ed è tutt’altro che banale.

Io ricordo nitidamente l’aria che tirava negli anni ’90 o primi anni 2000 quando si parlava, in consessi molto meno partecipati di oggi, di questi argomenti.

Innanzitutto nessuno era disposto a modificare realmente i propri comportamenti, prevaleva il “benaltrismo”, cioè il “ci vuole ben altro”, oppure “se mancano le politiche industriali, non cambierà mai nulla”. Come se i singoli contassero quasi nulla.

Questa è una differenza forte oggi, rispetto al passato, che va di pari passo anche con il concetto di transizione ecologica. Ampio il suo recinto perché abbraccia neutralità climatica, rivoluzione energetica, mobilità sostenibile, e ovviamente l’economia circolare per finire con le cities che sempre più cambiano pelle, e nei loro processi di reinvenzione e rigenerazione vogliono essere green.

I vantaggi di essere sostenibile

Ciò che fa una differenza di sostanza sta nelle politiche dettate a Bruxelles. L’approvazione del Next Generation Eu sposta l’attenzione degli investimenti e delle risorse economiche (tra fondo perduto e prestiti a lungo termine a tassi molto bassi) verso miglioramenti che toccano mitigazione climatica, adattamento climatico, economia circolare, prevenzione dell’inquinamento, salute dell’ecosistema, uso sostenibile dell’acqua e delle risorse marine.

Non esiste quindi più il dilemma tra transizione ecologica e competitività perché sostenibilità ambientale e minor esposizione al rischio climatico sono e saranno i fattori chiave della competitività futura delle nostre imprese.

Questo mi è apparso ancor più chiaro in un recente convegno in cui Michele Galatola, che lavora in Commissione europea da numerosi anni, ha detto a chiare lettere che oggi per essere, devi essere sostenibile. Non è più una scelta, è un passaggio obbligato. Altrimenti si perdono svariate opportunità a cui non è consigliabile rinunciare.

Quindi sostenibilità diventa un imperativo: I consumatori CHIEDONO, le aziende OFFRONO e troveranno sempre più vantaggio nell’offrire prodotti più puliti e rispettosi sia perché questa Domanda sale e sia perché le opportunità di ricevere aiuti in questo perimetro aumentano.

Sembra a tutti gli effetti un cambio di paradigma

Paradigma da cambiare è una parola che aleggia già da qualche anno, e cioè da quando il termine economia circolare si è affacciato sempre più prepotentemente (era il 2015).

Sempre più esperti (e non) parlano di cambio di prospettiva. Perché in realtà di questo trattasi quando si prova ad immaginare il redesign di merci e servizi che devono tenere conto di tutti i parametri di impatto ambientali e del loro corretto e adeguato fine vita.

E le criticità?

Lungi dal voler descrivere un mondo definito e soprattutto semplice da raggiungere.

Questo processo non è uno spritz da sorseggiare a fine giornata e nonostante si parli tanto di tutto ciò, praticarlo (che viene dopo averlo raccontato) è tutt’altro che attuabile con un click.

Quindi la criticità sta nel mettere in atto i tanti passi e nel trovare anche le istituzioni pronte e in grado di accompagnarci nel grande trasloco.

Se infatti da un lato le comunità scientifiche riescono con qualche certezza a restituirci delle verità su impatti, cause dei cambiamenti climatici, assorbimento di CO2 da parte degli alberi, ecc. dall’altro fare sintesi e prendere una decisione che suoni come la MIGLIOR SOLUZIONE implica una conciliazione travagliata.

Basti pensare alle polemiche, disponibili in abbondanza sui media, a riguardo del recepimento della SUP (direttiva sui single use Plastic) che nel mese scorso agitava tavoli nostrani ed europei. Mica facile trovare un punto di sintesi!

La sintesi spetta alla politica. È quello il suo ruolo.

L’atto di civiltà che ci meritiamo, quello della transizione ecologica, senza la politica non accadrà. Parola di chi scrive e che già 30 anni fa sognava un mondo più simile al presente.

Lo ammetto!!

Oggi lo vedo più a portata di mano, leggere i giornali oggi è più riconciliante con i miei desideri ma la old economy non è finita e il grande trasloco si compie quando chi ci governa riconoscerà nei fatti la priorità di tutto ciò.

 

 


Illustrazione originale di Roberto Rubini.
Chi è Irene Ivoi? Conoscila nella nostra intervista qui.

Irene Ivoi

Mi sono laureata in industrial design con una tesi di economia circolare nel 1992. L’economia circolare in quel tempo non esisteva ma le ragioni per cui avrebbe dovuto esistere mi erano chiarissime. E per fortuna sono state la mia stella polare. Da sempre progetto strategie, scrivo, parlo e penso per aziende e organizzazioni pubbliche e private.