Strategia circolare. Fatti le domande giuste.

23 Febbraio 2021 Irene Ivoi

Strategia circolare. Fatti le domande giuste.

Strategia circolare ed economia circolare: se ne parla su libri, media e social network già da qualche anno. Circa dal 2015, visto che nel 2015 le Nazioni Unite hanno ratificato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, indicando 17 Obiettivi globali, SDGs o Soustainable Developement Goals, di cui 7 sono relativi alla sostenibilità ambientale con particolare rilevanza al tema dei cambiamenti climatici. Sempre nel 2015 l’Europa approvava il Piano d’Azione per l’economia circolare (PAEC).

Ma questi temi nel 2020 finiscono sulla bocca di tutti perché la sostenibilità permea il Next Generation Ue, e quindi ogni sviluppo o crescita o business dal 2020 assume la dignità di esistere solo se sostenibile.

Tradotto in parole semplici per un’impresa di prodotti o servizi, B2B o B2C, in cosa si traduce un impegno circolare?

Sostanzialmente nel farsi delle domande diverse e che fino ad un decennio fa erano quasi impensabili. Perché sono domande che ruotano intorno alla (pre)occupazione da parte di chi produce su come impattare sull’ambiente il meno possibile nella fase di produzione, poi di consumo e infine quando si arriva al capolinea di un prodotto.

Parallelamente l’azienda deve occuparsi di tenere in circolo un bene, o la materia di cui è fatto, il più a lungo possibile. E quando arriva il momento di disfarsene è compito dell’azienda far sì che il prodotto esca di scena con la patente di riciclabilità affinché possa essere concretamente riciclato e tornare a rivivere sotto qualche altra forma.

In un’economia circolare, tutto dovrebbe essere progettato per rigenerare valore.

E poi diventa cruciale allungare la vita dei prodotti attraverso diverse strategie: la condivisione, la manutenzione, il riuso e il riutilizzo, la rigenerazione e solo in ultima istanza il riciclo.

L’economia circolare tocca quindi in prima battuta chi fa beni e servizi, poi in altre sedi parleremo anche del ruolo di chi orienta e governa i territori in cui ciò si attua, ma il primo diretto attuatore è chi produce.

Ecco dunque le 3 domande da farsi per impostare una strategia circolare.

1. Come produrre un prodotto?

In fase di produzione l’eco-design conta tantissimo perché solo se progetti bene una merce sarà duratura, smontabile, riciclabile, fatta di materiali sicuri, rinnovabili, limitrofi, poco energivori. In altre parole conta molto che il processo di ideazione usi risorse “felici” quindi rinnovabili e con bassi output. Tutto questo sembra semplice perché abbiamo deciso che in questa sede dobbiamo essere semplici ma necessita di passaggi, cambi di processo, investimenti, cambi di fornitori, target differenti a cui destinare il proprio prodotto, la comunicazione e il marketing.


2. Come verrà consumato il mio prodotto?

Tralasciando la logistica e la distribuzione delle merci, quali sono le domande da farsi per la fase di consumo di un bene servizio circolare?

Oltre a interrogarsi su quali emissioni e consumi energivori saranno necessari, la prima cosa da fare è provare ad immaginare come si comporterà il cliente.

L’impatto ambientale di un prodotto in alcuni casi può essere più alto nella fase di uso rispetto alla sua fase di produzione. Basti pensare alla sostituzione di prodotti riutilizzabili rispetto ai monouso ma che richiedono tanti cicli di riutilizzo per vantare una LCA migliore, come ci ricorda giustamnete Laura Traldi in questo articolo. Questo richiede sempre più spesso dei Life Cycle Assessment o comunque delle misurazioni. D’altronde solo misurando si riesce a conoscere eventuali inefficienze da sopperire.

Ma tornando al cliente e ai suoi comportamenti responsabili proviamo a chiederci: quali gesti compirà? Che responsabilità si assumerà di fronte all’uso di quel prodotto? Come farà a ripararlo e manutenerlo? Riuscirà a tenerlo in vita a lungo o si annoierà presto? Lo noleggerà o ne sarà proprietario? Potrà rivenderlo? Troverà persone o reti con cui condividerne utilizzo ed esperienze d’uso? Qual è di fatto il valore di uso e consumo che quel bene riuscirà ad esprimere?

Perché economia circolare può significare anche riprogettare i comportamenti, un po’ come si fa con il nudge, e quindi l’uso che ciascuno di noi fa di un oggetto o servizio.

Se chi fa un divano, vuole che il proprio utente lo usi a lungo, si preoccuperà di costruire una rete di servizi in grado di far vivere lungamente quel divano tramite accorgimenti di prodotto e di servizi ad esso correlati. Se la domanda non se la pone neppure, quel divano nasce senza futuro. Cioè vivrà il suo presente senza un progetto per sopravvivere a se stesso.


3. Come gestire il “capolinea” di un prodotto?

Chi produce deve ovviamente anche chiedersi come un bene arriva al capolinea: cosa succede quando verrà dismesso. Chi lo avrà posseduto troverà risposte semplici e immediate? Potrà restituirlo a chi glielo ha venduto o a chi lo ha prodotto? Potrà conferirlo in un normale circuito di raccolta differenziata? O servirà destinarvi un recupero dedicato? E ancor prima una raccolta apposita? 

Siccome il costo di gestione dei rifiuti è aumentato progressivamente negli anni più recenti, questa fase è delicata perché impatta anche economicamente sul prezzo del prodotto e sul costo del fine vita che si traduce in tasse rifiuti. In più nuovi materiali che nascono anche da mix originali di biomasse o con caratteristiche sempre più performanti, alle volte non facilitano la loro uscita di scena. Stiamo parlando di materiali che nascono come compositi e che uniscono matrici di origine diversa e per quanto una prevalga in peso rispetto alle altre, il tutto alla fine non è scomponibile.

In sostanza sempre più spesso chi deve conferire un rifiuto è costretto a farsi domande impensabili fino a 10 anni fa.

Adesso guardate questa mappa disegnata da Bruno Munari che si chiama “Un metodo di progettazione”. Ha poco più di 50 anni e i suoi anni li dimostra tutti perché la metodologia progettuale e le domande chiave qui presenti sono evidentemente diverse da quelle che si dovrebbe porre oggi un progettista o un’impresa circolare.  Questo ci dice quanto le sfide del presente siano assolutamente nuove e inesplorate. Molto è ancora da fare.

Buon lavoro a tutti NOI!

Chi è Irene Ivoi? Conoscila nella nostra intervista qui.
Illustrazione di cover: Roberto Rubini

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Irene Ivoi

Mi sono laureata in industrial design con una tesi di economia circolare nel 1992. L’economia circolare in quel tempo non esisteva ma le ragioni per cui avrebbe dovuto esistere mi erano chiarissime. E per fortuna sono state la mia stella polare. Da sempre progetto strategie, scrivo, parlo e penso per aziende e organizzazioni pubbliche e private.