5 cose da sapere quando si inizia a parlare di sostenibilità

26 Gennaio 2021 Irene Ivoi

5 cose da sapere quando si inizia a parlare di sostenibilità

Questo articolo inaugura un ciclo di contributi sulla sostenibilità e sull’economia circolare che sul blog di Sottosopra troveranno cortese alloggio per questo 2021.

Sperando di fare cosa gradita a chi ci leggerà, apriamo questa finestra online con una semplice ma doverosa rassegna di concetti chiave che sempre più spesso meritano di essere chiariti. Alcuni potranno apparirvi quasi banali ma la confusione che regna sui media a tale riguardo è tutt’altro che banale. Partiamo subito quindi con 5 cose importanti da sapere quando si parla di sostenibilità.

1. Riciclo e raccolta differenziata

Iniziamo per esempio a ricordarci la differenza tra riciclo e raccolta differenziata. Quante volte avete letto su depliant destinati ai cittadini: ricicla la tua BOTTIGLIA e fai bene all’ambiente! Ebbene i cittadini di fatto non riciclano e non ricicleranno mai alcunché perché il riciclo è un processo di natura industriale che si realizza solo nei relativi impianti e mai nelle nostre amate abitazioni. Ciò che ai cittadini è consentito, oltre che obbligato, è la raccolta differenziata. Essa è il vero mezzo principe propedeutico al riciclo o riciclaggio (sono sinonimi).

2. Zero waste

A ciò si aggiunge un’altra informazione che spesso sfugge: la raccolta differenziata non basta ad azzerare i rifiuti perché quasi ogni processo di riciclo genera scarti (variabili come quantità per tipologia di materiale) che si identificano come rifiuti ovviamente non urbani da avviare a smaltimento o recupero energetico. Inoltre non tutti i rifiuti raccolti differenziatamente sono riciclabili (solo per fare degli es. alcuni polimeri, oppure alcuni abiti usati), o almeno non ancora: c’è ancora strada da fare. Peraltro proprio sui rifiuti da imballaggio in plastica non avviati a riciclo la UE pone in capo agli Stati membri una nuova tassa approvata nel dicembre 2020. Questo vuol dire che i buoni comportamenti di noi cittadini non risolvono il problema dell’annullamento tanto desiderato dei rifiuti. l migliori rifiuti sono e saranno sempre quelli che non si producono. Tuttavia sul riciclo noi italiani in Europa vantiamo performance quasi invidiabili, a dispetto di quanto gli scettici affermino o pensino. Secondo i dati dell’ultimo rapporto “L’Italia del riciclo”, a cura di Fondazione Sviluppo Sostenibile, in Ue27 siamo primi per tasso di riciclo dei rifiuti (% dei rifiuti riciclati sul totale dei rifiuti prodotti) e quarti per TASSO DI UTILIZZO CIRCOLARE DI MATERIA al 2019 (% di Materia Prima Seconda da riciclo sul totale delle materie prime).

3. Plastica

La plastica è una galassia da scoprire diventata negli ultimi anni il grande nemico. In natura non esiste, la abbiamo inventata noi, ci ha cambiato la vita, ce l’ha semplificata in 1000 modi e adesso ci ricordiamo che non scompare, non si biodegrada, ha una vita lunghissima….e in più galleggia, nuoce alla fauna marina e non si decompone.
Dov’è l’errore? Nell’uso che ne facciamo, il materiale non ha colpe.
Se smettessimo di adoperarla per produrre beni di vita breve, già faremmo un buon servigio a noi tutti. Infatti nell’industria dei beni monouso altri materiali sostitutivi, poiché percepiti come più sostenibili, stanno entrando con prepotenza. A mio avviso la soluzione sta nell’impegnarci a limitare massimamente i beni monouso indipendentemente dal materiali impiegato. Tuttavia alcuni numeri sono doverosi: circa 368 milioni di tonnellate prodotte nel mondo ogni anno (poco meno di 58 in Europa – dati Plastic Europe 2020) di cui circa 10 milioni di tonnellate finiscono in mare, e l’80% di queste ultime arriva in mare dalla terraferma. Per cui è sulla terraferma che serve adottare soluzioni che evitino la dispersione. Di questo si è parlato in un interessante dibattito a dicembre 2020 qui disponibile.
Ho così appreso dello studio “Breaking the plastic Wave” pubblicato nel 2020, realizzato da The Pew Charitable Trus (con il contributo di illustri studiosi e istituzioni, che mette in guardia in particolare sui rischi di dispersione in mare che al 2040 potrebbero quadruplicare (come conseguenza matematica del trend in crescita dei consumi).

4. Bioplastica

La bioplastica è percepita come la soluzione di parecchie colpe addebitate alla plastica tradizionale perché nella percezione diffusa è considerata biodegradabile. Eppure non tutte le bioplastiche (in gran parte originate da fonti rinnovabili) sono biodegradabili. Alcune pur avendo origine rinnovabile (biobased) non si biodegradano e altre pur di fonte fossile lo sono. Un ottimo chiarimento a riguardo viene dalla European Bioplastics, associazione europea (che rappresenta l’industria delle bioplastiche) riportato nello studio di Comieco e Istituto Sant’Anna di Pisa del dicembre 2020 “I nuovi Modelli di consumo e la riprogettazione del packaging, la scelta di materiali sostenibili nell’era dell’economia circolare”

5. Green Public Procurement-GPP

Veniamo agli acquisti verdi da parte delle pubbliche amministrazioni, il cosiddetto Green Public Procurement- GPP. Molti di voi sanno cos’è ma ci prendiamo poche parole per ripeterlo: è una buona prassi, obbligatoria per legge in Italia, destinata a tutte le stazioni appaltanti pubbliche o controllate da istituzioni pubbliche.
Essa prevede che per acquisti di servizi o prodotti, in autonomia o tramite Consip, l’agenzia nazionale preposta, i capitolati di acquisto e le procedure di gara debbano essere conformi ai Criteri Ambientali Minimi (CAM) esistenti (per gruppi/famiglie di prodotti e servizi) in quanto approvati con Decreto Ministeriale dal Ministero dell’Ambiente. Solo qualora tali CAM siano assenti, la stazione appaltante può scrivere un capitolato a suo piacere. Molti di questi derivano da quelli europei che tuttavia sono volontari1.
Altra informazione davvero poco nota è che questa ottima prassi vede l’Italia eccellere tra i paesi membri della UE. Inoltre molti progetti Life+ hanno finanziato nei decenni scorsi attività di ricerca e banche dati utili a tale scopo favorendo sperimentazioni che poi sono diventate linee guida. È a mio avviso uno degli strumenti principali per chiudere il cerchio e fare economia circolare con i fatti e non solo con le parole.

1 Criteri GPP contenuti in specifici documenti della Commissione e disponibili su ec.europa.eu
Chi è Irene Ivoi? Conoscila nella nostra intervista qui.
Illustrazione di Roberto Rubini

Irene Ivoi

Mi sono laureata in industrial design con una tesi di economia circolare nel 1992. L’economia circolare in quel tempo non esisteva ma le ragioni per cui avrebbe dovuto esistere mi erano chiarissime. E per fortuna sono state la mia stella polare. Da sempre progetto strategie, scrivo, parlo e penso per aziende e organizzazioni pubbliche e private.