Intervista ad Arduino Mancini, fondatore di tibicon

19 Giugno 2019 Sottosopra Comunicazione

Intervista ad Arduino Mancini, fondatore di tibicon

Una chiacchierata con Arduino Mancini, tra blog, formazione e comunicazione.

Abbiamo conosciuto Arduino Mancini in qualità di relatore ad alcuni corsi di formazione cui abbiamo partecipato.
Non quei corsi durante i quali si sbadiglia e non si vede l’ora finiscano, ma gli altri, quelli coinvolgenti e divertenti, quelli da cui riesci a portarti a casa qualcosa in più.
Arduino ci ha colpite per il suo carisma e per la capacità innata di pensare in maniera laterale, per nulla scontata e perfettamente in sintonia col nostro modo di vedere e pensare le cose “sottosopra”.
Quando durante uno degli ultimi brainstorming abbiamo deciso di inserire nel blog una serie di interviste a persone incontrate nel nostro percorso professionale e che ci sono piaciute, il suo è stato uno dei primi nomi della lista.
Lo abbiamo invitato in agenzia, gli abbiamo offerto un ottimo caffè in cialda (che a detta sua era buonissimo, ndr) e gli abbiamo fatto qualche domanda.
L’intervista si è trasformata subito in una piacevolissima chiacchierata sul mondo della formazione, del coaching e della comunicazione, e le sue risposte per nulla scontate, la sua costante voglia di scoprire, imparare e insegnare si sono rivelate di grande ispirazione.

Chi è Arduino Mancini?
Domanda difficile: sono un business coach, un professionista che per lavoro aiuta gli altri a migliorare le proprie prestazioni professionali. E poi blogger, vignettista e autore.
Sono una persona che ama esplorare e apprendere, non mi soffermo solo sui successi ma soprattutto sugli insuccessi, che sono meno scontati e più interessanti.
* ci ha ricordato molto il concept alla base delle Fuckup Nights, di cui vi avevamo parlato qualche mese fa.

Definisciti con tre aggettivi.
Sono molto curioso – se vuoi “ferirmi” dimmi che hai qualcosa da dirmi e poi tienimi sulle spine per un po’ senza svelarmi di che si tratta, soffrirò moltissimo!
Sono anche eclettico e dubbioso: a mio avviso il dubbio è il motore della conoscenza.

Peggior difetto.
A volte non ho subito la percezione del “non potercela fare”. Ci metto qualche giorno a riconoscere e ammettere i miei limiti in alcune circostanze. Mai più di un mese però.

I pregi che cerchi negli altri.
L’apertura mentale, il “guardare le cose sottosopra” appunto, e l’onestà intellettuale (oltre che l’onestà in generale).

Da dove arriva l’idea dell’anti-cv? Cosa o quale evento ti ha ispirato e spinto a scriverlo?
L’ispirazione mi è arrivata da un aneddoto in un libro di Nassim Nicholas Taleb, su Umberto Eco e l”anti-biblioteca, quelle lunga fila di libri non letti, miniera di una conoscenza ancora tutta da scoprire.
L’anti-cv nasce così: è il cv in cui non dici quello che dici normalmente. Quello in cui ti concentri su débâcle e fallimenti piuttosto che sui successi, perché il fallimento spesso aiuta più di un traguardo raggiunto. 

Ti abbiamo conosciuto e davvero apprezzato in alcuni corsi di formazione, tra cui la Flessibilità Cognitiva e Imparare a Delegare. Qual è il tuo metodo per essere così coinvolgente?
Un corso di formazione ha successo quando riesci a progettarlo bene: sapere chi avrai di fronte prima aiuta soprattutto a modulare contenuti. Conversazione e coinvolgimento sono due elementi imprescindibili per l’apprendimento. Cerco di osservare in maniera molto ostinata ciò che chi è in aula può portarsi via, per questo le mie scalette sono sempre “instabili”: decido sul momento il modo di affrontare il tema.

Quale tipologia di formazione, negli anni, pensi sia stata più incisiva?
L’e-learning o la formazione in aula?

Tutte e due e nessuna. Fare formazione oggi significa utilizzare più strumenti, tutti diversi uno dall’altro.
Sono ormai tre anni che utilizzo formazione “blended”, ovvero in aula e in e-learning nell’ambito dello stesso percorso. 
Faccio sessioni in aula non superiori alle 4 ore, impiegando anche corsi
e-learning, gruppi online con i quali discuto per tutta la durata del percorso di formazione (2 settimane o anche 6 mesi). E organizzo sempre un test finale: e non per dare un giudizio di merito, ma per comprendere io stesso cosa i partecipanti si siano portati a casa dall’aula.

La cosa più imbarazzante che ti è capitata in una formazione (o coaching).
Una volta una signora in aula, poco dopo essere arrivata, ha tirato fuori un set da manicure e ha iniziato a farsi le unghie.
Anche se trovo più imbarazzanti coloro che non riescono a staccarsi dal cellulare durante i miei interventi, nonostante abbiano a disposizione la pausa pranzo e i coffe break.

La soddisfazione più grande per un formatore (o coach).
Vedere le persone con cui lavori raggiungere il successo. 
Una delle trasformazioni più grosse dalla mia precedente vita da manager è non aver alcuna esposizione quando le persone con le quali lavori hanno successo, e soprattutto non cercarlo.

Quale strumento più di altri influenzerà la formazione del futuro?
Fondamentale, per un formatore, sarà impiegare efficacemente la “social business collaboration”, un metodo di collaborazione che si avvale di soluzioni tecnologiche che permettono alle persone di interagire anche quando sono de-localizzate, rendendo cioè nulle le distanze. In sostanza, trasformo il gruppo “in aula” in un gruppo “sociale”: con loro condivido film da vedere, libri da leggere, articoli da analizzare insieme. Credo sia il modo migliore per approfondire ciò che si apprende in aula, ampliando la prospettiva.

Nel tuo blog c’è una sezione dedicata ai film, con trame, recensioni e scene di pellicole che si concentrano su temi specifici: coaching, leadership, motivazione, conflitto, sport, resilienza sono alcuni di quelli che incontrerai. Quale tra tutti quelli citati è il tuo preferito e perché?
13 Days di Roger Donaldson. Il film in sé è pieno di incoerenze, ma ha la struttura “classica” di un corso di formazione su negoziazione, leadership, decision making, e tanto altro. Sogno di organizzare un corso di una giornata prendendo spunto da alcune scene del film e discuterne.

Quali sono secondo te i pregi e i peggiori difetti degli imprenditori italiani?
Sono grandi innovatori senza purtroppo esserne completamente consapevoli. Tra i difetti, il non aver ancora capito che il business lo fanno le persone. Dovrebbero convincersi che l’efficace circolazione di conoscenza e competenza può generare un vantaggio competitivo per le aziende. Altro errore frequente commesso dagli imprenditori è la scelta del direttore del personale, che cade troppo spesso su persone che, pur avendo grande esperienza, interpretano il ruolo in modo inadeguato: si tratta spesso di persone concentrate nel mantenere status quo e poltrona, schivando un cambiamento che non sentono di saper affrontare. La funzione HR è senza dubbio una funzione nella quale i professionisti più giovani si fanno preferire.  

Cosa manca alle nostre organizzazioni per “volare”?
Credere di più nelle persone, formarle, guardarle con fiducia e ottimismo. E aiutarle a guardare il mondo senza barriere culturali, razziali e di sesso.
A questo proposito, abbiamo un grande potenziale inespresso nelle donne che, pur preparate e con un livello di istruzione superiore rispetto agli uomini, sono relegate in posizioni di secondo piano.

Parliamo di cambiamento. Ne siamo tutti spaventati (a volte anche eccitati). Quali sono i tuoi consigli per avviare un cambiamento felice nel lavoro soprattutto sopra i 50 anni?
Vi invito a leggere su mio blog il post su “Come superare la discriminazione in azienda”, in cui riporto l’esempio di una scena di Seabiscuit, il film su uno dei cavalli più famosi della storia. In sostanza credo che ignorare la discriminazione rappresenti la prima regola per superarla.
E così vale per il successo dopo i 50 anni: l’importante è non pensare di averli. Io ho cominciato a 55 anni a occuparmi di e-learning, se mi fossi posto il problema di farcela o meno probabilmente non l’avrei fatto.

Parliamo di resilienza, un termine diventato di moda qualche anno fa ma che in azienda è spesso associato a cambiamenti in peggio che la persona deve subire. Saremo controcorrente ma a noi il concetto di resilienza non convince, troppa passività?
Il termine resilienza è mutuato dalla scienza dei materiali, e rappresenta la capacità di un materiale di assorbire un urto e tornare alla forma originaria.
Ma cos’è un urto?
Abbiamo mai pensato a quale effetto negativo può avere su di noi un successo al di sopra delle nostre forze? Vedo persone di 30 anni sopravvalutate e inserite in un contesto che non è il loro e pagate oltre il giusto, che un domani potrebbero avere grandi difficoltà a gestire questo successo. Resilienza non significa solo assorbire una disavventura ma anche un successo non supportato da un’adeguata preparazione.
Nei miei percorsi di coaching, mi preoccupo prima di capire quali siano i punti di forza e poi di rafforzarli, contribuendo così a rafforzare il senso di auto-efficacia: perché una persona consapevole del suo valore affronterà con maggiore fiducia le aree di miglioramento.

Parliamo di social: quali usi con maggior frequenza, quale meno e perché.
Social preferito LinkedIn, un must have a mio avviso, soprattutto nel mio lavoro. Sono appena arrivato su Instagram, vedremo. Twitter invece non mi entusiasma, e su Facebook trovo divertenti i contenuti dei miei amici.

Tre libri pubblicati fino a oggi, a quando il prossimo?
Nel 2020 vorrei pubblicare un libro che raccolga un centinaio di mie vignette.
In futuro vorrei pubblicare anche qualcosa in inglese (a breve il blog sarà online anche in inglese) e ho in mente di realizzare degli e-book con vignette e short code che rimandino al blog per il contenuto. 

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