Get Brexit Done: tutto merito del claim?

18 Dicembre 2019
Posted in Sottosopra
18 Dicembre 2019 Sottosopra Comunicazione

Get Brexit Done: tutto merito del claim?

In Inghilterra è arrivato lo tsunami Boris Johnson rivelandosi implacabile: con oltre 360 seggi, ha ottenuto la maggioranza assoluta e “un mandato forte per andare fino in fondo con la Brexit”. L’Inghilterra saluta l’Europa, il “Get Brexit Done” sembra aver funzionato sugli elettori, ma cosa accadrà ora e cosa ha portato Boris Johnson a questa stracciante vittoria?
Abbiamo voluto fare una chiacchierata con quattro amici più esperti e autorevoli di noi per capire meglio questo cambiamento su diversi piani: 

  • comunicativo, con Alessandro Andolina, affermato consulente di marketing e comunicazione a Londra da oltre 25 anni
  • politico, con Guglielmo Meardi, vent’anni da professore all’Università di Warwick e ora cattedratico a Firenze
  • elettorale, con Giovanna Maiola e Giuseppe Milazzo, esperti analisti e ricercatori in ambito elettorale dell’Osservatorio di Pavia.

Alessandro Andolina
Professionista di Marketing e Comunicazione,
Global Brand Director at Getronics, Londra  

Perché Boris Johnson ha vinto?
Boris ha vinto perché non esisteva un’alternativa concreta. Corbyn non è piaciuto e il suo modus operandi su molte faccende, Brexit e anti-semitismo nel Labour Party, solo per citarne un paio, è risultato goffo e poco in sintonia con lo zoccolo duro, con ‘la pancia’ del paese. La sua visione politica era molto interessante – “For the many, not the few” (”Per tanti, non per i pochi”) è vicina a quella di Bernie Sanders negli USA. Ma, nonostante Corbyn abbia attirato il voto dei più giovani, il resto del paese non lo ha visto come un futuro primo ministro.
Inoltre, in questo momento, una delle caratteristiche di Corbyn, quella di – come dicono gli inglesi – “sitting on the fence”,  letteralmente “sedersi sullo steccato”, un’espressione che indica indecisionismo, non gli ha giovato. Infine, il ‘terzo polo’, i Liberal Democrats, hanno puntato tutto sulla revoca immediata dell’articolo 50 – e quindi, effettivamente, sull’annullamento del risultato del referendum del 2016. Hanno perso anche loro e contribuito a dividere il voto ‘remain’ in un’elezione molto polarizzata su Brexit. Anche per questo gli indipendentisti in Scozia hanno vinto alla stragrande. Gli Scozzesi sono invece – in larga maggioranza – per rimanere in Europa.

Qual è il tuo commento sulle campagne elettorali dal punto di vista della comunicazione?
Purtroppo bisogna ammetterlo: Boris Johnson ha condotto una campagna perfetta dal punto di vista comunicativo. Strategia ed esecuzione impeccabile, e chapeau all’eminenza grigia del suo team, lo ‘spin doctor’ Dominic Cummings, un abile ‘puparo’ della strategia di marketing politico. Di contro, il messaggio del Labour non è passato e la larga maggioranza dei media non ha trattato Corbyn molto bene. Per fare un esempio, nelle vignette di satira Corbyn appare sempre con berretto da rivoluzione bolscevica.

Qual è stato il punto di forza di Johnson?
La chiarezza del claim Get Brexit Done, che ha attecchito sulla stanchezza della gente.

In che senso?

Gli inglesi hanno votato Johnson perché erano stanchi di questo dibattito.

Da 3 anni vivevano in un clima di incertezza. In un certo senso hanno scelto qualcuno che ha detto di poter mettere fine a questa vicenda. Per cui in questo momento, in cui la gente è “affaticata” dalla Brexit, la campagna di Johnson ha detto loro esattamente ciò su cui volevano sentirsi rassicurati. Ci sono seggi, storicamente delle roccaforti Labour, che sono passati ai Conservatori perché gli elettori hanno preferito un leader focalizzato sul messaggio di uscita dalla UE. 

Possiamo parlare di una vera e propria USP vincente per i Conservatori?
Let’s Get Brexit Done è senz’altro una USP e ha anche vinto! Per me l’aspetto interessante è che – essenzialmente – rimane un claim superficiale perché Let’s Get Brexit Done non significa nulla. Non spiega che diavolo di Brexit sarà! Non fa capire se vuole intendere dogane, dazi, libero passaggio di cittadini o il visto o quant’altro. Qualche giorno fa Johnson ha detto che una volta al potere introdurrà il visto obbligatorio per i cittadini europei, anche se non riuscirà mai a fare una cosa del genere: la UE non concederà mai una misura così restrittiva, ma intanto lui l’ha detto. Siccome viviamo in un’epoca di grande superficialità, specialmente quando si tratta di consenso politico, all’elettorato basta il titolo e Let’s Get Brexit Done – in quanto è solo una parola d’ordine – ha soddisfatto esattamente le aspettative di un popolo molto stanco, direi stremato dalla vicenda. 

Quanto conta l’orgoglio del Paese?
Tantissimo. In questi tre anni dal referendum, il senso di frustrazione nel Paese per questa ‘cosa’ ancora irrisolta si è ingigantito, gli inglesi si sentono gli zimbelli della scena internazionale e si è creato un senso di vergogna nazionale. Questo è un paese in cui la gente – non facciamo parallelismi con l’Italia – ha un fortissimo senso di identità nazionale e il messaggio di Johnson è stato lo zuccherino che si desiderava di più adesso. Anche questa è una dinamica di marketing: i processi di analisi strategica ed esecuzione creativa funzionano per i prodotti di largo consumo così pure per il marketing politico. I messaggi più efficaci sono quelli che offrono una risposta a quel qualcosa che (inconsciamente) si desidera.

Sei ottimista o pessimista?
Qualsiasi sia l’opinione a riguardo, Brexit rappresenta per gli inglesi un gran casino. C’è una frase che secondo me cattura perfettamente la situazione in cui si sono andati a cacciare: “The British people have dived head first into an empty swimming pool because they’re angry at the lack of water” (Il popolo britannico si è tuffato di testa in una piscina vuota perché è arrabbiato per la mancanza dell’acqua). V
ediamo cosa succede ma tutti gli economisti e gli analisti dicono che l’uscita dalla UE non converrà al paese. Ci vorrà del tempo prima di vedere l’effetto nelle tasche delle persone, i prezzi delle case, l’attrattività del paese. E poi ci sono tempi di transizione, a prescindere da quello che uscirà dalla bocca di Boris Johnson, un bugiardo seriale. Gli inglesi sono coriacei, accuseranno la botta di essere usciti dalla Comunità Europea nei tempi che i mercati e i futuri accordi commerciali gli consentiranno, ma poi si rialzeranno, ne sono certo. 

Guglielmo Meardi
Professore di Sociologia Economia alla Scuola Normale Superiore di Firenze, studia i cambiamenti del mondo del lavoro. Tra il 1999 e il 2019 ha insegnato all’Università di Warwick, vivendo a Coventry, città di tradizione operaia che ha votato in maggioranza per la Brexit.

Una breve analisi a caldo dopo la notte degli exit poll passata a Londra?
In politica e nella vita non sempre sono le idee migliori a vincere, anzi. Di solito sono quelle più semplici, che ti permettono di pensare di aver risolto il problema senza stare a perderci troppo tempo. “Take back control“, “Get Brexit Done” sono idee penose che ignorano l’interdipendenza e complessità del mondo e dell’Europa. Ma funzionano meglio che “negoziamo qualcos’altro di indefinito, e poi organizziamo un altro referendum, su cui astenersi”. Il Labour poteva scegliere qualcosa di chiaro. Per esempio “facciamo come la Norvegia” (paese fuori da, ma vicinissimo all’ EU, ricco, felice e progressista). O Remain. O qualcos’altro, ma chiaro: ha avuto tre anni e mezzo di tempo. Ha preferito l’ambiguità per accontentare tutti e non ha accontentato nessuno. Boris Johnson è un liberal-opportunista, forse alla fine andrà lui per una soluzione tipo Norvegia per evitare la mazzata economica di un’uscita dal mercato unico. Ma potrebbe prenderci gusto e andare avanti a dare la colpa di tutto all’UE e agli stranieri, dato che elettoralmente funziona: se l’economia va a rotoli, sarà colpa degli immigrati rimasti e dell’UE che crudelmente non ci lascia esportare se smettiamo di rispettare le regole comuni. E in Europa non mancano apprendisti stregoni pronti a imitarlo.

Si dice che la Brexit preluda alla creazione di un’area anglofona (USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito), cosa ne pensi?
L’integrazione dei paesi anglofoni è già molto avanzata, e sta accelerando negli ultimi anni, su politica estera e militare. Questo però non può compensare l’UE per l’Inghilterra dal punto di vista commerciale, dato che sia nei servizi che per i beni materiali il commercio dipende dalla vicinanza geografica (oggi paradossalmente più di ieri, perché vogliamo le cose subito anziché aspettare una nave dalla Nuova Zelanda). Il mercato di 30 milioni di australiani e 30 milioni di canadesi non compensa quello di 500 milioni di Europei dietro casa, per non parlare degli Stati Uniti che pensano ormai solo al loro tornaconto immediato.

Economicamente la Gran Bretagna può sopravvivere all’uscita dal mercato unico solo trasformandosi in una Singapore europea

con tasse bassissime e regole che permettano tutto, per esempio sulla ricerca biomedica, lavoro, ambiente. A perderci sarebbe proprio la classe operaia che ha votato per Brexit e quando si accorgeranno di esser stati fregati sarà troppo tardi.

Giuseppe Milazzo
Osservatorio di Pavia, Senior Media Analyst in missioni internazionali di osservazione elettorale.

Il tuo primo commento a caldo.
Per me è un disastro sia per l’Europa che per l’Inghilterra. Considera che è il cambiamento più epocale del secolo in Europa, è un voto che cambia radicalmente l’assetto del vecchio continente.

Cosa ha portato a questa vittoria a favore della Brexit?
Ha vinto l’unione, i pro-Brexit erano più compatti a differenza degli oppositori che erano divisi e hanno perso. Però la maggior parte degli inglesi che ha votato è contraria alla Brexit, questo è il paradosso dovuto al loro sistema elettorale maggioritario. Osservando i risultati, Snp ha preso il 4% e i LibDem l’11,6  ma questi risultati non si traducono in seggi: l’Snp ha preso 48 seggi e i LibDem 11 cioè un quinto dei seggi con tre volte i voti. E lo stesso meccanismo vale per i pro e contro Brexit

Dove hanno fallito i Labour?
L’errore gigantesco dei Labour è stato non prendere una posizione netta sul tema Brexit, dovevano schierarsi politicamente con il “remain” senza esitazione, in questo modo forse potevano catalizzare tutti i voti europeisti guadagnando un po’ di forza, invece non è stato così, si sono divisi al loro interno e Corbyn stesso non ha preso una posizione molto chiara, non si è nemmeno espresso su stay or go al referendum. Sei un partito politico, dovresti essere in grado di schierarti. Ha pagato tantissimo questa indecisione perché i remain si sono divisi, quasi tutti hanno votato Snp e gli altri LibDem.

Cosa emerge dalle analisi dell’elettorato inglese dopo questo voto?
Dai dati sembra centrale l’età, i vecchi votano Tory e le fasce d’età di adulti leggermente più giovani appoggiano i Labouristi. In uno scenario fondato sulla paura è comprensibile che gli anziani cerchino più sicurezza, ma sul tema Brexit/non Brexit si è registrata la spaccatura più forte tra vecchi e giovani e questo è il danno che sarà caricato sulle nuove generazioni.

Il fatto che abbia votato il 67% delle persone è un risultato gigantesco, ma quanto è rappresentato il futuro?

Che previsioni si possono fare a questo punto?
Dall’analisi della Bank of England emerge che un terzo della City si sposterà fuori dall’Inghilterra, se pensi che a Londra vive un quarto degli abitanti dell’Inghilterra, vuol dire che stiamo per assistere a uno degli impoverimenti più bui della storia del paese. In alcuni paesi, Italia inclusa, referendum su materie economiche fiscali o di politica estera non sono ammessi. Una garanzia di protezione, pur discutibile, assente in Gran Bretagna.

Giovanna Maiola
Senior Associate Researcher Osservatorio di Pavia, vive e lavora a Bruxelles.

Da osservatrice e appassionata di politica, che cosa ci insegna questo voto?
Alla luce non solo di questo risultato elettorale ma della campagna elettorale appena conclusa, per me ci sono 4 lezioni che abbiamo imparato con un certo respiro:

  1. In Inghilterra hanno un maggioritario puro che assicura una grande stabilità parlamentare ma non traduce fedelmente i voti in seggi e che amplifica le fluttuazioni nelle preferenze dell’elettorato.
  2. A Corbyn vengono riconosciuti due errori: il primo di non aver preso una decisione chiara sul referendum, e qui è stato davvero l’interprete di Should I stay Should I go; il secondo per aver adottato un manifesto di sinistra, che invece a me piaceva molto, fondato su politiche ridistributive e chiedeva tra le altre cose di ridare vigore a un National Health System che è stato progressivamente messo in crisi da tagli di staff e finanziamenti. Le politiche neoliberiste di Tony Blair sono state un disastro:

oggi ci ritroviamo con una “working class 3.0” incazzata che non vota più a sinistra perché va a cercare le garanzie di sicurezza sociale a destra.

Questo è un fallimento per tutta la sinistra. 

3. Come la campagna elettorale è stata gestita da partiti e candidati. Dimentichiamoci dei russi, la disinformazione arriva dall’interno. Come ben analizzato da un articolo del New York Times, i leader politici, in particolare dei conservatori, guidati da Boris Johnson, hanno fatto ampiamente ricorso a tecniche di disinformazione. Tale strategia riflette un’evoluzione del modo in cui Internet viene utilizzato per attirare l’attenzione del pubblico e dei media tradizionali, suscitare indignazione e accrescere il consenso di base.

4. Vediamo cosa faranno la Scozia e l’Irlanda del Nord. Nicola Surgeon, forte del risultato elettorale del suo partito (l’Snp), rilancerà il referendum sull’indipendenza scozzese, così come l’Irlanda del Nord potrebbe considerare un referendum sulla riunificazione delle due parti dell’isola. Questo quadro rischia di essere la fine della Gran Bretagna così come l’abbiamo sempre conosciuta: è un momento epocale perché dopo quello che è successo non solo esce dall’Unione Europea ma rischia di ritrovarsi scissa internamente. 

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