20 Dicembre 2006

Elogio del bicchiere mezzo pieno.

Ogni volta che si avvicina Natale mi trovo a un bivio. Come vivere questa festa in cui si riuniscono le famiglie? Con la malinconia di contare i posti vuoti, lasciati dai cari che non ci sono più, o con la felicità di godersi quelli pieni?
Riflettendo ancora una volta sulla teoria del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ho trovato una manciata di parole bellissime di Martino Morganti (non so assolutamente chi sia ma visto che le ha scritte lo citiamo).

“Credo proprio di non sbagliarmi: il bicchiere mezzo vuoto vince – e largamente – sul bicchiere mezzo pieno.

Le metafore vanno prese senza eccessi ma anche senza oscurare quanto riescono a condensare e semplificare e anche questa del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto qualcosa dice o racconta. Di me, di voi, di questa umanità.

Se domina il mezzo vuoto non c’è da far festa. Significherebbe che la maggioranza degli uomini e delle donne è sbilanciata, de-centrata su ciò che non è e non ha. Uomini e donne che non si piacciono e non sono contenti di ciò che hanno. Uomini e donne calamitati da qualcosa che cambi magicamente loro e la loro sorte. Insomma: il mezzo vuoto o come misura di pessimismi, insoddisfazioni, frustrazioni e depressioni o come spazio frequentato dalla fortuna, dalle magie e diavolerie, da tutto il miracolismo sacro o profano che sia, da un qualche “deus ex machina” da cui ottenere tutto “per grazia ricevuta”, dispensati da scomode responsabilità. Oppure l’una e l’altra cosa insieme nella frequente miscela di resa e svendita di se stessi.

E tutto a dispetto del mezzo pieno che pure c’è. Perché il bicchiere mezzo vuoto non è uguale – l’ovvio non è sempre ovvio! – al bicchiere vuoto cioè al niente dell’avere che può (ma, spesso, si è sorpresi dall’opposto) assottigliare o quasi ridurre al niente dell’essere. Qui c’è il mezzo pieno e saltarlo, deprezzarlo, non saperlo vivere e anche gustare è farsi del male. È palese autolesionismo. Una specie di suicidio bianco perché si uccide ciò che comunque – il “quanto” è secondario: il limite è la nostra inevitabile misura!- siamo ed abbiamo. Il che si verifica anche nell’abbinamento mezzo vuoto attese miracolistiche cioè nella pretesa di avere il “dopo” annullando il “prima”, l’albero trascurando il seme.

Mi propongo, e vi propongo, di infoltire le file della gente del bicchiere mezzo pieno. Non sarà facile coltivare faccia serena accerchiati da facce imbronciate ma occorre far qualcosa per smetterla con questo lugubre e farneticante spreco di umanità. La mia terapia si affida ad espedienti forse ingenui o forse essenziali. A dispetto dello specchio che non mi incoraggia a narcisismi cerco di godermi come concentrato di prodigi: cammino, odo, vedo, parlo e, bene o male, penso anche. Non basta per apprezzarmi?”

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